Archivio Narrazioni di genere

Mariella Mehr

Zurigo, 27 dicembre 1947 – Zurigo, 5 settembre 2022

Sono nata in un mondo violento e la violenza è stata la prima cosa che ho conosciuto quando ero bambina, ed è dunque normale che il mio modo di pensare si sia formato con questi schemi violenti.

Sono diventata una scrittrice proprio perché avevo bisogno di raccontare tutte le atrocità che io e la mia famiglia abbiamo subito, ed è stata per me la mia risposta alla violenza. Ho scelto di usare le parole: erano il mio atto di ribellione.

Nasco il 27 dicembre 1947 a Zurigo, da una famiglia di Jenische, i rom della Svizzera. Se dovessi pensare a quale colpa potessi avere io per aver subito quello che ho subito, è proprio la mia origine. La mia unica colpa è stata quella di essere nata rom.

In Svizzera tra il 1926 e il 1974, venne promosso il programma eugenetico Enfants de la grand-route, conosciuto anche come Kinder der Landstrasse, creato dal dott. Alfred Siegfried e finanziato dallo Stato. L’obiettivo principale di questo piano era quello di eliminare “il male del nomadismo” e “di proteggere i bambini a rischio di abbandono e vagabondaggio”,  in nome del miglioramento della specie umana. Lo stato svizzero non ha più permesso a nessun rom o sinto di rientrare in Svizzera e il destino delle bambine e dei bambini rom era spietato: sottratti alle loro famiglie, vennero consegnati in affidamento e internati in orfanotrofi, cliniche psichiatriche o istituti penitenziari. Ho scelto di diventare una scrittrice anche per questo: il periodo di atrocità che il mio popolo ha subito andava raccontato e doveva essere scritto nei libri di storia.

Io ho vissuto sulla mia pelle il programma Pro Juventute: sono stata strappata via dalle braccia di mia madre e rinchiusa poi in una clinica psichiatrica a soli 5 anni. A mia madre è stato negato il diritto di crescere sua figlia, ma la violenza più crudele che le hanno inflitto è stata quella della sterilizzazione forzata.  Solo così si poteva porre rimedio alla “piaga zingara”.

Nel corso della mia infanzia e adolescenza sono stata violentata, maltrattata e ho subito una lunga serie di elettroshock. Nel mio libro “Labambina” scrivo questo:

[…] Poi la bambina giacque in un letto,
mani e piedi legati alle sbarre,
i lacci di cuoio incidevano in profondità la carne,
Labambina non lo sentiva,
fissava con gli occhi nudi il vuoto,
aveva un sogno nel cervello,
il sogno di un Dio nero che si sarebbe portato via tutti.
che li avrebbe stritolati, sognava Labambina,
che avrebbe girato il destino a suo favore
e che le avrebbe permesso di abitare la terra da sola.”

Sono stata trattata come un soggetto pericoloso, un essere inferiore e un “caso incurabile” da dover studiare, ma privo di riscontro scientifico. Queste violenze hanno fatto parte della mia vita per moltissimi anni. Per molti anni le mie urla non hanno fatto rumore e il mio dolore è diventato l’unico modo di dare prova a me stessa della mia esistenza. Con le poesie ho deciso di urlare il mio dolore e di raccontare la mia sofferenza, la mia tremenda tristezza.

A 18 anni sono rimasta incinta e solo dopo il parto ho capito l’immenso dolore di mia madre. Hanno strappato via dal mio grembo mio figlio e subito dopo mi hanno privato dalla possibilità di avere altri bambini. Come mia madre, sono stata sottoposta alla sterilizzazione forzata.

Per 19 mesi sono stata rinchiusa nel carcere femminile di Hindelbank. Quando ho ottenuto la libertà, ho deciso di formare un’associazione di famiglie jenische con lo scopo di quantificare e documentare tutti gli abusi che il mio popolo ha dovuto subire, per poi renderli noti all’opinione pubblica.  Tutto quello che ci era stato fatto non doveva assolutamente essere dimenticato.

Ho iniziato così la mia lotta politica per il riconoscimento di tutti gli abusi che noi Jenische abbiamo subito. Sono riuscita ad ottenere l’abolizione del programma, durato a lungo, l’abolizione della sterilizzazione forzata e le scuse ufficiali dello stato svizzero. Ma le scuse non bastano per dimenticare tutto il male che mi è stato fatto: per gli altri, i non rom, io non dovevo esistere.

Ho iniziato a scrivere nel 1975 per raccontare il mio dolore, la mia rabbia, la mia sofferenza, la mia lotta e le mie fragilità. 

Nonostante la mia lotta continua contro il razzismo e i pregiudizi, nel 2006 mi è stata fatta una domanda che si basava proprio su quel programma che mi aveva tolto il diritto di esistere come persona. Mi è stato chiesto “lei viene da una cultura nomade, ed è stata costretta a stare ferma. Che esperienza è stata per lei questo essere bloccata, fermata?” E io ho dovuto rispondere, nuovamente, che noi rom non abbiamo il nomadismo nel sangue.

Le mie poesie parlano del mio non esistere, il non esistere per una società che mi ha considerata una piaga, una radice marcia da estirpare, un errore della natura.

È stata la violenza a formare la mia vita, ma oggi la violenza non è più la mia vita.

Sono nata in un mondo violento e la violenza è stata la prima cosa che ho conosciuto quando ero bambina, ed è dunque normale che il mio modo di pensare si sia formato con questi schemi violenti.

Sono diventata una scrittrice proprio perché avevo bisogno di raccontare tutte le atrocità che io e la mia famiglia abbiamo subito, ed è stata per me la mia risposta alla violenza. Ho scelto di usare le parole: erano il mio atto di ribellione.

Nasco il 27 dicembre 1947 a Zurigo, da una famiglia di Jenische, i rom della Svizzera. Se dovessi pensare a quale colpa potessi avere io per aver subito quello che ho subito, è proprio la mia origine. La mia unica colpa è stata quella di essere nata rom.

In Svizzera tra il 1926 e il 1974, venne promosso il programma eugenetico Enfants de la grand-route, conosciuto anche come Kinder der Landstrasse, creato dal dott. Alfred Siegfried e finanziato dallo Stato. L’obiettivo principale di questo piano era quello di eliminare “il male del nomadismo” e “di proteggere i bambini a rischio di abbandono e vagabondaggio”,  in nome del miglioramento della specie umana. Lo stato svizzero non ha più permesso a nessun rom o sinto di rientrare in Svizzera e il destino delle bambine e dei bambini rom era spietato: sottratti alle loro famiglie, vennero consegnati in affidamento e internati in orfanotrofi, cliniche psichiatriche o istituti penitenziari. Ho scelto di diventare una scrittrice anche per questo: il periodo di atrocità che il mio popolo ha subito andava raccontato e doveva essere scritto nei libri di storia.

Io ho vissuto sulla mia pelle il programma Pro Juventute: sono stata strappata via dalle braccia di mia madre e rinchiusa poi in una clinica psichiatrica a soli 5 anni. A mia madre è stato negato il diritto di crescere sua figlia, ma la violenza più crudele che le hanno inflitto è stata quella della sterilizzazione forzata.  Solo così si poteva porre rimedio alla “piaga zingara”.

Nel corso della mia infanzia e adolescenza sono stata violentata, maltrattata e ho subito una lunga serie di elettroshock. Nel mio libro “Labambina” scrivo questo:

[…] Poi la bambina giacque in un letto,
mani e piedi legati alle sbarre,
i lacci di cuoio incidevano in profondità la carne,
Labambina non lo sentiva,
fissava con gli occhi nudi il vuoto,
aveva un sogno nel cervello,
il sogno di un Dio nero che si sarebbe portato via tutti.
che li avrebbe stritolati, sognava Labambina,
che avrebbe girato il destino a suo favore
e che le avrebbe permesso di abitare la terra da sola.”

Sono stata trattata come un soggetto pericoloso, un essere inferiore e un “caso incurabile” da dover studiare, ma privo di riscontro scientifico. Queste violenze hanno fatto parte della mia vita per moltissimi anni. Per molti anni le mie urla non hanno fatto rumore e il mio dolore è diventato l’unico modo di dare prova a me stessa della mia esistenza. Con le poesie ho deciso di urlare il mio dolore e di raccontare la mia sofferenza, la mia tremenda tristezza.

A 18 anni sono rimasta incinta e solo dopo il parto ho capito l’immenso dolore di mia madre. Hanno strappato via dal mio grembo mio figlio e subito dopo mi hanno privato dalla possibilità di avere altri bambini. Come mia madre, sono stata sottoposta alla sterilizzazione forzata.

Per 19 mesi sono stata rinchiusa nel carcere femminile di Hindelbank. Quando ho ottenuto la libertà, ho deciso di formare un’associazione di famiglie jenische con lo scopo di quantificare e documentare tutti gli abusi che il mio popolo ha dovuto subire, per poi renderli noti all’opinione pubblica.  Tutto quello che ci era stato fatto non doveva assolutamente essere dimenticato.

Ho iniziato così la mia lotta politica per il riconoscimento di tutti gli abusi che noi Jenische abbiamo subito. Sono riuscita ad ottenere l’abolizione del programma, durato a lungo, l’abolizione della sterilizzazione forzata e le scuse ufficiali dello stato svizzero. Ma le scuse non bastano per dimenticare tutto il male che mi è stato fatto: per gli altri, i non rom, io non dovevo esistere.

Ho iniziato a scrivere nel 1975 per raccontare il mio dolore, la mia rabbia, la mia sofferenza, la mia lotta e le mie fragilità. 

Nonostante la mia lotta continua contro il razzismo e i pregiudizi, nel 2006 mi è stata fatta una domanda che si basava proprio su quel programma che mi aveva tolto il diritto di esistere come persona. Mi è stato chiesto “lei viene da una cultura nomade, ed è stata costretta a stare ferma. Che esperienza è stata per lei questo essere bloccata, fermata?” E io ho dovuto rispondere, nuovamente, che noi rom non abbiamo il nomadismo nel sangue.

Le mie poesie parlano del mio non esistere, il non esistere per una società che mi ha considerata una piaga, una radice marcia da estirpare, un errore della natura.

È stata la violenza a formare la mia vita, ma oggi la violenza non è più la mia vita.

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