Archivio Narrazioni di genere

Pierre Seel

Haguenau, 16 agosto 1923 – Tolosa, 25 novembre 2005

Mi chiamo Pierre Seel, sono nato a Haugenau e cresciuto in Alsazia, in una famiglia cattolica.

Sono gay, e sono uno dei pochissimi sopravvissuti all’omocausto.

Omocausto, così viene definito lo sterminio nazista dei cosiddetti “criminali omosessuali”.

Nel 1939, a sedici anni, fui derubato dell’orologio in un parco noto come luogo d’incontro omosessuale.

«Sapevo quanto fosse rischioso frequentare quei giardinetti situati fra il liceo e casa mia. Io e alcuni compagni ci ritrovavamo lì dopo le lezioni, per chiacchierare tra noi. E per aspettare lo sconosciuto che ci avrebbe sedotto. Quel giorno, fra le braccia di un ladro, ho sentito l’orologio staccarsi dal polso. Ho gridato. Lui era già scappato via. Ignoravo che quel banale incidente avrebbe fatto precipitare la mia vita fino ad annientarla… L’episodio non ebbe effettivamente conseguenze familiari e sociali immediate. Il ladro non fu mai trovato e io serbai di quella vicenda solo un ricordo che mi dava disagio.

Non sapevo che il mio nome era appena stato inserito nello schedario degli omosessuali della città tenuto dalla polizia […] E soprattutto, come potevo immaginare che per questo sarei caduto nelle mani dei nazisti?»

(Tratto da Pierre, Seel, Io, Pierre Seel, deportato omosessuale, Massari Editore, Bolsena, 2020)

Col secondo armistizio di Compiègne del 22 giugno 1940, i territori dell’Alsazia-Lorena furono di fatto riannessi alla Germania.

Scelsi sin da subito di aderire alla Resistenza contro il nazismo.

Qualche mese dopo l’invasione tedesca, a soli diciassette anni, fui convocato (con altri dodici miei amici omosessuali) dalla Gestapo, che aveva messo le mani sugli schedari del commissariato.

Venni arrestato, interrogato e torturato per due settimane.

Il 13 maggio 1941, fui deportato e internato nel campo di concentramento di Schirmeck-Vorbrück (a trenta chilometri da Strasburgo). A quel tempo, veniva definito campo di carcerazione protettiva. Se, per esempio, nel periodo dell’occupazione tedesca, qualcuno si ubriacava e si metteva a cantare l’inno nazionale francese, veniva mandato a Schirmeck. C’erano anche comunisti, partigiani, e i miei dodici amici, che furono arrestati in un’imboscata nel maggio del 1941.

Ho trascorso nel campo sei mesi, dal maggio al novembre del 1941. Sei mesi in cui ho subìto violenze e torture atroci esclusivamente a causa del mio orientamento sessuale.

Io non avevo neanche diciotto anni. Arrestato, torturato, picchiato. Senza difesa alcuna, senza processo. Completamente solo. Per non parlare poi delle violenze carnali.

(Il mio amante) Jo fu ucciso difronte a me e ad altre trecento persone. Trecento. […] Fu condannato a morire divorato dai cani. Divorato dai cani a soli diciotto anni. Non potrò mai dimenticarlo.

Dopo essere stato liberato dal campo di concentramento, fui arruolato a forza nell’esercito tedesco (in quanto alsaziano, parlavo sia francese sia tedesco) e mandato a combattere a Smolensk sul fronte russo.

Mentre la debacle tedesca diventava sempre più imminente, il mio ufficiale in comando mi invitò a disertare con lui. Poco dopo egli fu ucciso e io mi ritrovai solo; così decisi di arrendermi alle truppe sovietiche e iniziai a seguirle verso ovest.

In Polonia, mi separai dall’esercito russo e mi unii a un gruppo di sopravvissuti ai campi di concentramento, che presto sarebbero stati riportati in Francia. La Croce Rossa prese il comando e organizzò un convoglio ferroviario, che si spostò verso sud, attraverso Odessa e il Mar Nero, in pessime condizioni igienico-sanitarie.

Ero ancora in Polonia l’8 maggio 1945, quando fu dichiarato l’armistizio. A Odessa, mentre ero incaricato dell’ordine nel campo profughi in cui mi trovavo, contrassi la malaria. In quel periodo mi fu consigliato di cambiare nome in Celle, e di nascondere il fatto che fossi alsaziano, dicendo che ero di Belfort.

Dopo una lunga attesa a Odessa per una nave che mi riportasse in Francia, sono finalmente arrivato a Parigi il 7 agosto 1945. Mi sono poi sposato e ho messo al mondo tre figli.

E per molto tempo, il dramma della mia storia è caduto nel silenzio.

Non ho parlato per quarant’anni. E sono invalido di guerra al 90%. Il mio ano sanguina ancora oggi. I nazisti mi hanno messo un pezzo di legno di 25 cm. Pensate che io riuscissi a parlarne? Che mi facesse bene parlarne?

Per me è troppo. Non ne voglio più parlare. Basta. Io provo vergogna per l’umanità. Una vergogna. Uno schifo.

Questo mi dicevo.

Però nel 1982, indignato dagli attacchi omofobi del vescovo di Strasburgo, ho deciso di parlare finalmente. Sono stato il primo a raccontare la deportazione e le condizioni degli omosessuali francesi nei campi di concentramento. Il nostro sterminio era un tabù per le democrazie europee del dopoguerra, era arrivato il momento di far luce su questo dramma dimenticato.

Certo mi è costata cara questa scelta: dopo la pubblicazione della mia biografia Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel nel 1994, non ho più potuto vedere i miei nipoti.

Ma dopo tanti anni di lotte, nel 2001, sono stato ufficialmente riconosciuto come “vittima omosessuale” dello sterminio nazista.

Mi chiamo Pierre Seel, sono nato a Haugenau e cresciuto in Alsazia, in una famiglia cattolica.

Sono gay, e sono uno dei pochissimi sopravvissuti all’omocausto.

Omocausto, così viene definito lo sterminio nazista dei cosiddetti “criminali omosessuali”.

Nel 1939, a sedici anni, fui derubato dell’orologio in un parco noto come luogo d’incontro omosessuale.

«Sapevo quanto fosse rischioso frequentare quei giardinetti situati fra il liceo e casa mia. Io e alcuni compagni ci ritrovavamo lì dopo le lezioni, per chiacchierare tra noi. E per aspettare lo sconosciuto che ci avrebbe sedotto. Quel giorno, fra le braccia di un ladro, ho sentito l’orologio staccarsi dal polso. Ho gridato. Lui era già scappato via. Ignoravo che quel banale incidente avrebbe fatto precipitare la mia vita fino ad annientarla… L’episodio non ebbe effettivamente conseguenze familiari e sociali immediate. Il ladro non fu mai trovato e io serbai di quella vicenda solo un ricordo che mi dava disagio.

Non sapevo che il mio nome era appena stato inserito nello schedario degli omosessuali della città tenuto dalla polizia […] E soprattutto, come potevo immaginare che per questo sarei caduto nelle mani dei nazisti?»

(Tratto da Pierre, Seel, Io, Pierre Seel, deportato omosessuale, Massari Editore, Bolsena, 2020)

Col secondo armistizio di Compiègne del 22 giugno 1940, i territori dell’Alsazia-Lorena furono di fatto riannessi alla Germania.

Scelsi sin da subito di aderire alla Resistenza contro il nazismo.

Qualche mese dopo l’invasione tedesca, a soli diciassette anni, fui convocato (con altri dodici miei amici omosessuali) dalla Gestapo, che aveva messo le mani sugli schedari del commissariato.

Venni arrestato, interrogato e torturato per due settimane.

Il 13 maggio 1941, fui deportato e internato nel campo di concentramento di Schirmeck-Vorbrück (a trenta chilometri da Strasburgo). A quel tempo, veniva definito campo di carcerazione protettiva. Se, per esempio, nel periodo dell’occupazione tedesca, qualcuno si ubriacava e si metteva a cantare l’inno nazionale francese, veniva mandato a Schirmeck. C’erano anche comunisti, partigiani, e i miei dodici amici, che furono arrestati in un’imboscata nel maggio del 1941.

Ho trascorso nel campo sei mesi, dal maggio al novembre del 1941. Sei mesi in cui ho subìto violenze e torture atroci esclusivamente a causa del mio orientamento sessuale.

Io non avevo neanche diciotto anni. Arrestato, torturato, picchiato. Senza difesa alcuna, senza processo. Completamente solo. Per non parlare poi delle violenze carnali.

(Il mio amante) Jo fu ucciso difronte a me e ad altre trecento persone. Trecento. […] Fu condannato a morire divorato dai cani. Divorato dai cani a soli diciotto anni. Non potrò mai dimenticarlo.

Dopo essere stato liberato dal campo di concentramento, fui arruolato a forza nell’esercito tedesco (in quanto alsaziano, parlavo sia francese sia tedesco) e mandato a combattere a Smolensk sul fronte russo.

Mentre la debacle tedesca diventava sempre più imminente, il mio ufficiale in comando mi invitò a disertare con lui. Poco dopo egli fu ucciso e io mi ritrovai solo; così decisi di arrendermi alle truppe sovietiche e iniziai a seguirle verso ovest.

In Polonia, mi separai dall’esercito russo e mi unii a un gruppo di sopravvissuti ai campi di concentramento, che presto sarebbero stati riportati in Francia. La Croce Rossa prese il comando e organizzò un convoglio ferroviario, che si spostò verso sud, attraverso Odessa e il Mar Nero, in pessime condizioni igienico-sanitarie.

Ero ancora in Polonia l’8 maggio 1945, quando fu dichiarato l’armistizio. A Odessa, mentre ero incaricato dell’ordine nel campo profughi in cui mi trovavo, contrassi la malaria. In quel periodo mi fu consigliato di cambiare nome in Celle, e di nascondere il fatto che fossi alsaziano, dicendo che ero di Belfort.

Dopo una lunga attesa a Odessa per una nave che mi riportasse in Francia, sono finalmente arrivato a Parigi il 7 agosto 1945. Mi sono poi sposato e ho messo al mondo tre figli.

E per molto tempo, il dramma della mia storia è caduto nel silenzio.

Non ho parlato per quarant’anni. E sono invalido di guerra al 90%. Il mio ano sanguina ancora oggi. I nazisti mi hanno messo un pezzo di legno di 25 cm. Pensate che io riuscissi a parlarne? Che mi facesse bene parlarne?

Per me è troppo. Non ne voglio più parlare. Basta. Io provo vergogna per l’umanità. Una vergogna. Uno schifo.

Questo mi dicevo.

Però nel 1982, indignato dagli attacchi omofobi del vescovo di Strasburgo, ho deciso di parlare finalmente. Sono stato il primo a raccontare la deportazione e le condizioni degli omosessuali francesi nei campi di concentramento. Il nostro sterminio era un tabù per le democrazie europee del dopoguerra, era arrivato il momento di far luce su questo dramma dimenticato.

Certo mi è costata cara questa scelta: dopo la pubblicazione della mia biografia Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel nel 1994, non ho più potuto vedere i miei nipoti.

Ma dopo tanti anni di lotte, nel 2001, sono stato ufficialmente riconosciuto come “vittima omosessuale” dello sterminio nazista.

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“Le radici del pregiudizio”

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