Archivio Narrazioni di genere

Perla Ovitz

10 gennaio 1921-settembre 2001

“Mi sono salvata grazie al diavolo”

La storia della mia famiglia ha inizio nel villaggio di Rozavlea, in Transilvania, dove nel 1868 Frida Ovitz, ebrea ortodossa, diede alla luce il suo terzo figlio Szymszon Ejzik (così nominato in onore del gigante biblico Sansone). Era il primo bambino nano della famiglia, rimase alto circa un metro per il resto della sua vita. Dotato di una spiccatissima intelligenza, si educò in ambito di studi religiosi, finché non si rese conto che non sarebbe mai stato in grado di trovare il suo posto nel clero – secondo la saggezza popolare, la bassa statura veniva trattata come una punizione per i peccati.

Abbandonò quindi gli studi e decise di creare una famiglia insieme a Brana Gold.

Symszon decise di approfittare della sua peculiarità fisica, del suo intelletto, del senso dell’umorismo tagliente e del suo talento recitativo per diventare un badhan: maestro delle cerimonie nuziali; le organizzava, celebrava, e intratteneva poi il pubblico con indovinelli e racconti, ma anche scrivendo canzoni e poesie, e dirigendo l’orchestra.

Nel 1886 nacque la sua prima figlia, Rosika; tre anni dopo la seconda, Franciszka, entrambe di statura nana come il padre. In quegli anni, Szymszon cessò di essere un badhan, perché le persone usavano la sua conoscenza talmudica (Il Talmud è il testo centrale dell’ebraismo rabbinico e la fonte primaria della legge religiosa ebraica – halakha – e della teologia ebraica) per chiedere aiuto nel risolvere i loro problemi religiosi. Così, divenne un apprezzato rabbino errante nel distretto di Maramures; egli faceva affidamento non solo sul Talmud, ma anche su amuleti e incantesimi, in modo così efficace che persino gli uomini d’affari locali approfittavano dei suoi consigli.

Nel 1901, sua moglie Brana morì a trentatré anni di tubercolosi, lasciando orfane due figlie. Così Szymszon sposò Batja – Berta Husz – una ragazza molto giovane di statura normale.

Da questa unione nacquero Avram, Frida, Miki, Elżbieta, che avevano ereditato l’acondroplasia dal padre; Sarah, Leah e Ariel, di statura normale come la madre; e infine il 10 gennaio 1921 sono nata io, Piroszka Ovitz, detta “Perla” in yiddish, perché ero minuta e graziosa come una perla.

Ho avuto un’infanzia fortunata: la mia famiglia era benestante, numerosa e molto unita. Ci aiutavamo reciprocamente e nel rispetto delle nostre differenze. Vivevamo in una grande casa situata nella via principale di Rozavlea, che aveva un’ampia sala di preghiera e i mobili adattati a noi membri della famiglia di statura più piccola. Allevavamo animali e coltivavamo un frutteto e un giardino.

Eravamo felici, finché un giorno, nel 1923, mio padre Szymszon morì improvvisamente. Avevo appena diciotto mesi. Mia madre Batja rimase sola a crescere dieci figli, di cui sette nani. Il ruolo di capofamiglia venne assunto dal maggiore, Avram, che, seguendo le orme paterne, divenne un apprezzato badhan. Per me Avram fu come un padre.

La mia famiglia è sempre stata fondamentale per me: come ogni bambino, mi aspettavo che ogni anno guadagnassi qualche centimetro e crescessi come un fiore. Ma poi, guardando gli altri, ho sùbito capito che non sarei mai diventata grande. Tuttavia, il mio stretto rapporto coi miei fratelli mi ha protetta dal sentirmi inferiore e mi ha aiutata ad accettarmi per come sono.

Un rapporto talmente forte, da essere stato uno dei motivi di salvezza per tutti noi nei momenti bui dentro il campo di Auschwitz.

Con l’aiuto di alcuni zii che avevano un grande talento artistico, Rosika, Franciszka e Avram impararono a suonare, cantare e danzare, diventando un’attrazione durante le cerimonie nuziali. Una volta cresciuti, gli altri fratelli nani si aggregarono alla banda di famiglia. Anche io già da bambina mi distinguevo per il mio talento musicale.

In generale nella comunità eravamo molto amati, per i nostri modi, per la nostra arte e per i nostri bei visi. “Piacevamo agli uomini perché avevamo dei bei visi e dei modi impeccabili. A loro non importava che fossi piccola. Le dimensioni e la forma del corpo non indicano salute e fertilità. Eravamo come degli anelli. Alcune persone hanno pietre grandi ma senza valore, altre scelgono pietre preziose piccole. Ed eravamo piccoli come diamanti”.

Quando avevo solo nove anni, mia madre Batya morì di tubercolosi. Ricorderò sempre l’ultimo consiglio prezioso che ci lasciò prima di andarsene: “restate insieme nel bene e nel male. Non separatevi mai, prendetevi cura l’uno dell’altro e vivete l’uno per l’altro”.

Non sapeva quanto sarebbero state importanti queste parole e che avrebbero salvato la famiglia Ovitz in futuro.

Noi fratelli dovevamo cercare di prenderci cura l’uno l’altro insieme, senza dividerci, per evitare l’isolamento sociale e le discriminazioni. Giungemmo alla conclusione che l’unica strada possibile fosse la carriera artistica, iniziammo quindi a creare i nostri spettacoli musicali e teatrali professionali sotto il nome di “Liliputian Troupe”. Rosika e Franciszka suonavano piccoli violini, Frida il salterio, Miki il violoncello e la fisarmonica di medie dimensioni, e Elżbieta la batteria. Io suonavo una minuscola chitarra rosa a quattro corde. Avram era un maestro di cerimonie, cantante e attore, e fuori dal palco si occupava dei contratti e degli interessi familiari.

“Non abbiamo mai voluto fare soldi mettendo in mostra la nostra disabilità. Abbiamo sempre desiderato che le persone ci prendessero sul serio, trattandoci come attori e musicisti professionisti”.

Indossavamo abiti lussuosi che le sorelle cucivano, dai colori sgargianti e allegri, con balze, pizzi e paillettes. Le donne della famiglia portavano acconciature vistose, anche quelle sposate ortodosse, che generalmente dovevano rasarsi i capelli; noi donne nane potevamo godere di qualche privilegio in più, visto che il teatro era la nostra unica fonte di sostentamento.

Fu un successo immediato. Negli anni dal 1931 al 1940 viaggiammo costantemente in tournée sempre più lunghe e articolate. Da Maramures, una regione povera e dimenticata, iniziammo  rapidamente ad apparire nei teatri cittadini e nelle sale cinematografiche di tutta la Romania, poi di Ungheria e Cecoslovacchia, talvolta con due o tre spettacoli ogni giorno, sempre davanti a un pubblico gremito. Parlavamo correntemente diverse lingue: ungherese, rumeno, tedesco e yiddish, e sapevamo cantare in molte altre. Adattavamo il nostro programma al pubblico, al paese e all’evento (festività locali, fiere); e infatti, dopo ogni spettacolo, eravamo inondati di applausi, fiori e persino denaro. Noi, in cambio e in segno di apprezzamento, dopo lo spettacolo distribuivamo al pubblico delle cartoline che avevamo appositamente creato, con la nostra foto e la scritta “Souvenir della compagnia lillipuziana”.

La nostra vita felice iniziò a cambiare nel 1940. Nell’autunno di quell’anno, le truppe ungheresi, che allora combattevano a fianco del Terzo Reich, entrarono nella Transilvania settentrionale e introdussero leggi antiebraiche molto restrittive, che limitavano severamente l’attività ebraica. Noi ebrei fummo espulsi dalle scuole superiori, dalle Università, dagli uffici pubblici.

Noi artisti potevano esibirci solo davanti a un pubblico ebraico, che non aveva più soldi né voglia di cantare.

La mia famiglia però non si dette per vinta. A Budapest riuscimmo a ottenere carte d’identità ungheresi senza alcuna indicazione sulle radici ebraiche, e per i successivi quattro anni ci presentammo alle autorità con false identità, nel costante timore di essere arrestati a causa della mancanza del timbro sulla carta d’identità. Non parlavamo mai yiddish in pubblico e eravamo costantemente in guardia, perché contro di noi non solo vi erano feroci politiche antisemite, ma anche il programma “Azione T4”, con il quale il Terzo Reich cercava di eliminare le “vite non degne di essere vissute”, ovvero tutte le persone con disabilità fisiche e psichiche, e in generale gli infermi o persone con disturbi congeniti dello sviluppo.

Era chiaro che noi Ovitz appartenessimo a questo gruppo.

Nonostante i nostri sforzi, nel maggio del 1944 iniziarono le deportazioni degli ebrei anche in Ungheria. Fummo deportati nel ghetto di Dragomiresti. Da lì, fummo poi trasportati a Auschwitz-Birkenau il 19 maggio 1944.

Scendemmo dal carro bestiame e ci ritrovammo sulla rampa, travolti da un numero indefinito di persone molto più alte di noi. Appena ci videro, gli ufficiali nazisti rimasero immediatamente colpiti. Mio fratello Miki, probabilmente ignaro del luogo in cui ci trovavamo, iniziò a distribuire le nostre cartoline souvenir alle SS incredule.

Qualcuno probabilmente ci ha riconosciuti, ho pensato, perché ci è stato ordinato di “aspettare il Dottor Mengele”. In realtà egli non era interessato alle nostre attività artistiche, bensì a noi Ovitz, in quanto nani.

Per lui eravamo un vero e proprio campione scientifico. Josef Mengele, soprannominato l’”Angelo della Morte”, era un medico ossessionato dalla purezza della “razza ariana”. Avendo l’ambizione di ricrearla, condusse crudeli esperimenti pseudo-medici sui prigionieri del campo di Auschwitz-Birkenau, prestando particolare attenzione allo studio dei gemelli, delle famiglie rom e sinte, e delle persone con vari tipi di deformità o disabilità.

Quando ci vide, fu particolarmente felice. C’è chi riporta di averlo sentito esclamare: “avrò lavoro per i prossimi vent’anni!”.

Quel momento fu l’inizio di circa un anno di violenze e esperimenti scientifici disumani sulla nostra pelle ma, di fatto, fu anche la nostra salvezza.

A differenza di altre famiglie, non fummo separati: le SS ci collocarono in un blocco di campo a parte. Mengele lo chiamava cinicamente uno “zoo”. Rispetto alle tragiche condizioni in cui vivevano gli altri prigionieri, la nostra situazione non era delle peggiori. Ognuno di noi aveva una coperta, un cuscino e un lenzuolo, per motivi di sicurezza fummo anche dotati di vaso da notte e catino. Potevamo tenerci i nostri vestiti, non dovevamo raderci la testa e eravamo esentati dagli appelli giornalieri, per non contrarre malattie. Mengele ci risparmiò anche docce ghiacciate e perquisizioni corporali, che includevano l’esame di tutti gli orifizi del corpo.

Non c’era alcun umanitarismo nei gesti di Mengele; egli ci considerava materiale di ricerca e non voleva che fattori esterni alterassero i risultati dei suoi esperimenti.

Ci veniva prelevato il sangue quasi tutti i giorni e, alla vigilia del prelievo, dovevamo digiunare (ciò influiva sulla nostra condizione di deperimento  organico).

Le grandi quantità di sangue perso e la fame, ci portavano spesso a svenire. Quando accadeva, venivamo posti su una cuccetta, riposavamo per poco tempo e poi il campionamento continuava. Mengele era ossessionato dal sangue, perché lo considerava materiale di trasmissione genetica. Egli voleva capire come fosse possibile che dall’unione di un uomo di bassa statura e di una donna di statura normale nascessero tanti bambini di bassa statura.

Sono stata sottoposta a continui raggi x (un giorno persino sette volte consecutivamente), a esperimenti insensati: mi è stata versata acqua bollente e poi ghiacciata nelle orecchie; hanno analizzato i miei denti, i miei capelli; sono stata violata con continue visite ginecologiche.

Mengele ci ha tutti sottoposti ripetutamente a umilianti test dimostrativi di intelligenza, rimanendo stupito dell’arguzia dei suoi piccoli “porcellini d’India”, come ci chiamava.

Nel settembre del 1944, Mengele portò a me alle mie sorelle un pacco di cosmetici e ci annunciò che ci saremmo dovute esibire davanti a ospiti importanti. Il giorno successivo, si scoprì che Mengele non aveva programmato per noi uno spettacolo teatrale, ma uno completamente diverso. Ci recammo sul posto accompagnate dai nostri fratelli nani e da altri membri della famiglia. Dovemmo denudarci davanti a una sala gremita di colleghi scienziati di Mengele, mentre egli discuteva dei risultati delle sue ricerche e toccava i nostri corpi con una stecca da biliardo.

Lo “spettacolo” dell’orrore durò circa due ore, dopodiché questi “ospiti da Berlino” si avvicinarono a noi, toccandoci a loro volta e ci ponendoci domande volgari sulla nostra vita sessuale. Fu un’enorme umiliazione, in quanto ebrei ortodossi e in quanto esseri umani.

Il timore per le eventuali ripercussioni che avremmo potuto subire se non avessimo assecondato le assurde richieste di Mengele e delle SS, ci permise di sopravvivere a quell’inferno. Tutti uniti, come avevamo promesso a nostra madre.

Riuscimmo a vedere la liberazione del campo il 27 gennaio 1945 e, solo nell’agosto, facemmo ritorno al nostro amato villaggio in Transilvania. Non fummo accolti con calore, le nostre proprietà erano state usurpate e ormai il nostro pubblico era quasi scomparso o troppo povero per assistere agli spettacoli.

Alla fine decidemmo di trasferirci insieme alla nostra gente in Israele, dove ritornammo alle nostre attività artistiche.

Col tempo ho deciso che avrei dovuto raccontare al mondo la storia del nostro dolore. “Ad Auschwitz, mi sono ripromessa che se Dio mi avesse lasciata vivere, avrei raccontato la nostra storia, fino al mio ultimo respiro, affinché nessuno potesse dire che non è successo niente”.

La storia della mia famiglia ha inizio nel villaggio di Rozavlea, in Transilvania, dove nel 1868 Frida Ovitz, ebrea ortodossa, diede alla luce il suo terzo figlio Szymszon Ejzik (così nominato in onore del gigante biblico Sansone). Era il primo bambino nano della famiglia, rimase alto circa un metro per il resto della sua vita. Dotato di una spiccatissima intelligenza, si educò in ambito di studi religiosi, finché non si rese conto che non sarebbe mai stato in grado di trovare il suo posto nel clero – secondo la saggezza popolare, la bassa statura veniva trattata come una punizione per i peccati.

Abbandonò quindi gli studi e decise di creare una famiglia insieme a Brana Gold.

Symszon decise di approfittare della sua peculiarità fisica, del suo intelletto, del senso dell’umorismo tagliente e del suo talento recitativo per diventare un badhan: maestro delle cerimonie nuziali; le organizzava, celebrava, e intratteneva poi il pubblico con indovinelli e racconti, ma anche scrivendo canzoni e poesie, e dirigendo l’orchestra.

Nel 1886 nacque la sua prima figlia, Rosika; tre anni dopo la seconda, Franciszka, entrambe di statura nana come il padre. In quegli anni, Szymszon cessò di essere un badhan, perché le persone usavano la sua conoscenza talmudica (Il Talmud è il testo centrale dell’ebraismo rabbinico e la fonte primaria della legge religiosa ebraica – halakha – e della teologia ebraica) per chiedere aiuto nel risolvere i loro problemi religiosi. Così, divenne un apprezzato rabbino errante nel distretto di Maramures; egli faceva affidamento non solo sul Talmud, ma anche su amuleti e incantesimi, in modo così efficace che persino gli uomini d’affari locali approfittavano dei suoi consigli.

Nel 1901, sua moglie Brana morì a trentatré anni di tubercolosi, lasciando orfane due figlie. Così Szymszon sposò Batja – Berta Husz – una ragazza molto giovane di statura normale.

Da questa unione nacquero Avram, Frida, Miki, Elżbieta, che avevano ereditato l’acondroplasia dal padre; Sarah, Leah e Ariel, di statura normale come la madre; e infine il 10 gennaio 1921 sono nata io, Piroszka Ovitz, detta “Perla” in yiddish, perché ero minuta e graziosa come una perla.

Ho avuto un’infanzia fortunata: la mia famiglia era benestante, numerosa e molto unita. Ci aiutavamo reciprocamente e nel rispetto delle nostre differenze. Vivevamo in una grande casa situata nella via principale di Rozavlea, che aveva un’ampia sala di preghiera e i mobili adattati a noi membri della famiglia di statura più piccola. Allevavamo animali e coltivavamo un frutteto e un giardino. 

Eravamo felici, finché un giorno, nel 1923, mio padre Szymszon morì improvvisamente. Avevo appena diciotto mesi. Mia madre Batja rimase sola a crescere dieci figli, di cui sette nani. Il ruolo di capofamiglia venne assunto dal maggiore, Avram, che, seguendo le orme paterne, divenne un apprezzato badhan. Per me Avram fu come un padre.

La mia famiglia è sempre stata fondamentale per me: come ogni bambino, mi aspettavo che ogni anno guadagnassi qualche centimetro e crescessi come un fiore. Ma poi, guardando gli altri, ho sùbito capito che non sarei mai diventata grande. Tuttavia, il mio stretto rapporto coi miei fratelli mi ha protetta dal sentirmi inferiore e mi ha aiutata ad accettarmi per come sono.

Un rapporto talmente forte, da essere stato uno dei motivi di salvezza per tutti noi nei momenti bui dentro il campo di Auschwitz.

Con l’aiuto di alcuni zii che avevano un grande talento artistico, Rosika, Franciszka e Avram impararono a suonare, cantare e danzare, diventando un’attrazione durante le cerimonie nuziali. Una volta cresciuti, gli altri fratelli nani si aggregarono alla banda di famiglia. Anche io già da bambina mi distinguevo per il mio talento musicale.

In generale nella comunità eravamo molto amati, per i nostri modi, per la nostra arte e per i nostri bei visi. “Piacevamo agli uomini perché avevamo dei bei visi e dei modi impeccabili. A loro non importava che fossi piccola. Le dimensioni e la forma del corpo non indicano salute e fertilità. Eravamo come degli anelli. Alcune persone hanno pietre grandi ma senza valore, altre scelgono pietre preziose piccole. Ed eravamo piccoli come diamanti”.

Quando avevo solo nove anni, mia madre Batya morì di tubercolosi. Ricorderò sempre l’ultimo consiglio prezioso che ci lasciò prima di andarsene: “restate insieme nel bene e nel male. Non separatevi mai, prendetevi cura l’uno dell’altro e vivete l’uno per l’altro”.

Non sapeva quanto sarebbero state importanti queste parole e che avrebbero salvato la famiglia Ovitz in futuro.

Noi fratelli dovevamo cercare di prenderci cura l’uno l’altro insieme, senza dividerci, per evitare l’isolamento sociale e le discriminazioni. Giungemmo alla conclusione che l’unica strada possibile fosse la carriera artistica, iniziammo quindi a creare i nostri spettacoli musicali e teatrali professionali sotto il nome di “Liliputian Troupe”. Rosika e Franciszka suonavano piccoli violini, Frida il salterio, Miki il violoncello e la fisarmonica di medie dimensioni, e Elżbieta la batteria. Io suonavo una minuscola chitarra rosa a quattro corde. Avram era un maestro di cerimonie, cantante e attore, e fuori dal palco si occupava dei contratti e degli interessi familiari.

“Non abbiamo mai voluto fare soldi mettendo in mostra la nostra disabilità. Abbiamo sempre desiderato che le persone ci prendessero sul serio, trattandoci come attori e musicisti professionisti”.

Indossavamo abiti lussuosi che le sorelle cucivano, dai colori sgargianti e allegri, con balze, pizzi e paillettes. Le donne della famiglia portavano acconciature vistose, anche quelle sposate ortodosse, che generalmente dovevano rasarsi i capelli; noi donne nane potevamo godere di qualche privilegio in più, visto che il teatro era la nostra unica fonte di sostentamento.

Fu un successo immediato. Negli anni dal 1931 al 1940 viaggiammo costantemente in tournée sempre più lunghe e articolate. Da Maramures, una regione povera e dimenticata, iniziammo  rapidamente ad apparire nei teatri cittadini e nelle sale cinematografiche di tutta la Romania, poi di Ungheria e Cecoslovacchia, talvolta con due o tre spettacoli ogni giorno, sempre davanti a un pubblico gremito. Parlavamo correntemente diverse lingue: ungherese, rumeno, tedesco e yiddish, e sapevamo cantare in molte altre. Adattavamo il nostro programma al pubblico, al paese e all’evento (festività locali, fiere); e infatti, dopo ogni spettacolo, eravamo inondati di applausi, fiori e persino denaro. Noi, in cambio e in segno di apprezzamento, dopo lo spettacolo distribuivamo al pubblico delle cartoline che avevamo appositamente creato, con la nostra foto e la scritta “Souvenir della compagnia lillipuziana”.

La nostra vita felice iniziò a cambiare nel 1940. Nell’autunno di quell’anno, le truppe ungheresi, che allora combattevano a fianco del Terzo Reich, entrarono nella Transilvania settentrionale e introdussero leggi antiebraiche molto restrittive, che limitavano severamente l’attività ebraica. Noi ebrei fummo espulsi dalle scuole superiori, dalle Università, dagli uffici pubblici.

Noi artisti potevano esibirci solo davanti a un pubblico ebraico, che non aveva più soldi né voglia di cantare.

La mia famiglia però non si dette per vinta. A Budapest riuscimmo a ottenere carte d’identità ungheresi senza alcuna indicazione sulle radici ebraiche, e per i successivi quattro anni ci presentammo alle autorità con false identità, nel costante timore di essere arrestati a causa della mancanza del timbro sulla carta d’identità. Non parlavamo mai yiddish in pubblico e eravamo costantemente in guardia, perché contro di noi non solo vi erano feroci politiche antisemite, ma anche il programma “Azione T4”, con il quale il Terzo Reich cercava di eliminare le “vite non degne di essere vissute”, ovvero tutte le persone con disabilità fisiche e psichiche, e in generale gli infermi o persone con disturbi congeniti dello sviluppo.

Era chiaro che noi Ovitz appartenessimo a questo gruppo.

Nonostante i nostri sforzi, nel maggio del 1944 iniziarono le deportazioni degli ebrei anche in Ungheria. Fummo deportati nel ghetto di Dragomiresti. Da lì, fummo poi trasportati a Auschwitz-Birkenau il 19 maggio 1944.

Scendemmo dal carro bestiame e ci ritrovammo sulla rampa, travolti da un numero indefinito di persone molto più alte di noi. Appena ci videro, gli ufficiali nazisti rimasero immediatamente colpiti. Mio fratello Miki, probabilmente ignaro del luogo in cui ci trovavamo, iniziò a distribuire le nostre cartoline souvenir alle SS incredule.

Qualcuno probabilmente ci ha riconosciuti, ho pensato, perché ci è stato ordinato di “aspettare il Dottor Mengele”. In realtà egli non era interessato alle nostre attività artistiche, bensì a noi Ovitz, in quanto nani.

Per lui eravamo un vero e proprio campione scientifico. Josef Mengele, soprannominato l’”Angelo della Morte”, era un medico ossessionato dalla purezza della “razza ariana”. Avendo l’ambizione di ricrearla, condusse crudeli esperimenti pseudo-medici sui prigionieri del campo di Auschwitz-Birkenau, prestando particolare attenzione allo studio dei gemelli, delle famiglie rom e sinte, e delle persone con vari tipi di deformità o disabilità.

Quando ci vide, fu particolarmente felice. C’è chi riporta di averlo sentito esclamare: “avrò lavoro per i prossimi vent’anni!”.

Quel momento fu l’inizio di circa un anno di violenze e esperimenti scientifici disumani sulla nostra pelle ma, di fatto, fu anche la nostra salvezza.

A differenza di altre famiglie, non fummo separati: le SS ci collocarono in un blocco di campo a parte. Mengele lo chiamava cinicamente uno “zoo”. Rispetto alle tragiche condizioni in cui vivevano gli altri prigionieri, la nostra situazione non era delle peggiori. Ognuno di noi aveva una coperta, un cuscino e un lenzuolo, per motivi di sicurezza fummo anche dotati di vaso da notte e catino. Potevamo tenerci i nostri vestiti, non dovevamo raderci la testa e eravamo esentati dagli appelli giornalieri, per non contrarre malattie. Mengele ci risparmiò anche docce ghiacciate e perquisizioni corporali, che includevano l’esame di tutti gli orifizi del corpo.

Non c’era alcun umanitarismo nei gesti di Mengele; egli ci considerava materiale di ricerca e non voleva che fattori esterni alterassero i risultati dei suoi esperimenti.

Ci veniva prelevato il sangue quasi tutti i giorni e, alla vigilia del prelievo, dovevamo digiunare (ciò influiva sulla nostra condizione di deperimento  organico).

Le grandi quantità di sangue perso e la fame, ci portavano spesso a svenire. Quando accadeva, venivamo posti su una cuccetta, riposavamo per poco tempo e poi il campionamento continuava. Mengele era ossessionato dal sangue, perché lo considerava materiale di trasmissione genetica. Egli voleva capire come fosse possibile che dall’unione di un uomo di bassa statura e di una donna di statura normale nascessero tanti bambini di bassa statura.

Sono stata sottoposta a continui raggi x (un giorno persino sette volte consecutivamente), a esperimenti insensati: mi è stata versata acqua bollente e poi ghiacciata nelle orecchie; hanno analizzato i miei denti, i miei capelli; sono stata violata con continue visite ginecologiche.

Mengele ci ha tutti sottoposti ripetutamente a umilianti test dimostrativi di intelligenza, rimanendo stupito dell’arguzia dei suoi piccoli “porcellini d’India”, come ci chiamava.

Nel settembre del 1944, Mengele portò a me alle mie sorelle un pacco di cosmetici e ci annunciò che ci saremmo dovute esibire davanti a ospiti importanti. Il giorno successivo, si scoprì che Mengele non aveva programmato per noi uno spettacolo teatrale, ma uno completamente diverso. Ci recammo sul posto accompagnate dai nostri fratelli nani e da altri membri della famiglia. Dovemmo denudarci davanti a una sala gremita di colleghi scienziati di Mengele, mentre egli discuteva dei risultati delle sue ricerche e toccava i nostri corpi con una stecca da biliardo.

Lo “spettacolo” dell’orrore durò circa due ore, dopodiché questi “ospiti da Berlino” si avvicinarono a noi, toccandoci a loro volta e ci ponendoci domande volgari sulla nostra vita sessuale. Fu un’enorme umiliazione, in quanto ebrei ortodossi e in quanto esseri umani.

Il timore per le eventuali ripercussioni che avremmo potuto subire se non avessimo assecondato le assurde richieste di Mengele e delle SS, ci permise di sopravvivere a quell’inferno. Tutti uniti, come avevamo promesso a nostra madre.

Riuscimmo a vedere la liberazione del campo il 27 gennaio 1945 e, solo nell’agosto, facemmo ritorno al nostro amato villaggio in Transilvania. Non fummo accolti con calore, le nostre proprietà erano state usurpate e ormai il nostro pubblico era quasi scomparso o troppo povero per assistere agli spettacoli.

Alla fine decidemmo di trasferirci insieme alla nostra gente in Israele, dove ritornammo alle nostre attività artistiche. 

Col tempo ho deciso che avrei dovuto raccontare al mondo la storia del nostro dolore. “Ad Auschwitz, mi sono ripromessa che se Dio mi avesse lasciata vivere, avrei raccontato la nostra storia, fino al mio ultimo respiro, affinché nessuno potesse dire che non è successo niente”.

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