Rita Prigmore
Würzburg, 3 marzo 1943 [1]
Mi chiamo Rita Prigmore. Vengo da una città tedesca chiamata Würzburg, in Baviera. La mia famiglia è una famiglia di musicisti. Mio padre, Gabriel Reinhardt, suonava il violino ed era famoso in tutta la Germania, assieme alla sua band «gitana» ungherese. Mia madre era una grande cantante e ballerina nel “CC-Varieté” di Würzburg. Questo teatro era uno dei principali palcoscenici di cabaret e operetta del Reich tedesco. Subito dopo l’ascesa al potere dei nazionalsocialisti, i sinti e i rom furono perseguitati.
Persero la cittadinanza tedesca. Molti di loro furono deportati nei campi di concentramento e costretti ai lavori forzati. Ai bambini non era più permesso di frequentare la scuola, c’erano divieti di lavoro, obblighi speciali di registrazione e numerose restrizioni nella vita quotidiana. Dal 1940 in poi, le autorità pianificarono di sterilizzare gli zingari. Nel 1942, mia madre fu prelevata da due poliziotti e fu portata nell’ufficio di Christian Blüm, il responsabile a Würzburg della cosiddetta “questione zingara”. Lì mia madre si trovò di fronte alla scelta: sterilizzazione forzata o campo di concentramento. Prima della data fissata per la sterilizzazione, mia madre rimase incinta. Dovette riferirlo alla Gestapo. Christian Blüm decise di farla abortire. Mia madre fu mandata alla Clinica femminile universitaria per un esame, scoprirono che era incinta di due gemelli. A mia madre fu dato il permesso di farli nascere. Già durante la gravidanza, mia madre venne esaminata da Werner Heyde. Quest’uomo era il direttore dell’ospedale psichiatrico dell’Università di Würzburg. Dall’estate 1940 fino al dicembre 1941 fu il responsabile della pianificazione e dell’esecuzione della cosiddetta “Aktion T4”. Hitler aveva deciso di uccidere i disabili e i malati di mente. Heyde mandò a morte circa 100.000 persone. Werner Heyde praticò anche la ricerca genetica nei campi di concentramento a partire dal 1936. Heyde e Josef Mengele erano molto noti. Come sapete, il dottor Mengele era lo spietato ricercatore di gemelli e medico del “Campo degli Zingari” di Auschwitz. Gli esperimenti di Mengele furono condotti anche da Werner Heyde a Würzburg. Il 3 marzo 1943, siamo nate mia sorella Rolanda ed io. Subito dopo la nascita gli uomini della Gestapo vennero a prenderci e ci portarono in un ospedale. Werner Heyde ci sottopose a esperimenti medici. Mia mamma era spaventata e non poteva reggere quella situazione di angoscia e di paura per il nostro destino. Così entrò nell’ospedale dove eravamo rinchiuse e, dopo molte insistenze, riuscì a convincere un’infermiera che le mostrò solo me. Mia madre insistette per vedere anche mia sorella Rolanda. L’infermiera cercò di resistere, di negarsi, ma alla fine la portò in bagno e le indicò il corpicino di Rolanda steso sul fondo di una vasca da bagno: era morta. I medici le avevano fatto delle iniezioni di inchiostro negli occhi per tentare di cambiarle il colore. In preda alla disperazione mia madre mi prese tra le braccia e corse fuori. Si diresse verso una cappella dedicata a Santa Rita per farmi battezzare in condizione di emergenza. Tornammo a casa ma dopo due giorni arrivarono le SS mi prelevarono: per un anno mia madre non ebbe più mie notizie.
Dopo un anno, nel 1944, mia madre ricevette una lettera della Croce Rossa che la informava che ero viva e che poteva venirmi a prendere. Tornata a casa sono cresciuta con quella parte della famiglia sopravvissuta ai campi di concentramento. Chi non era stato deportato nei campi concentramento, come mia madre, mia nonna e i miei zii, era stato sterilizzato. Quando avevo 36 anni, stavo tornando dal lavoro, negli Stati Uniti, mentre guidavo iniziai a sentirmi molto male. Mi era stato detto che, se mi fossi sentita male, avrei dovuto accendere le luci e mettermi sulla destra per uscire dal traffico, guardai nello specchietto retrovisore se c’era una macchina, c’era solo una macchina della Polizia, mi ricordo che ho acceso tutte le luci, mi sono accostata a destra, mi ricordo che ha fatto appena in tempo a spegnere il motore e poi sono svenuta e mi sono risvegliata in ambulanza. In ospedale hanno iniziato a sottopormi a degli esami, hanno trovato questa cicatrice sulla testa, hanno chiamato mio marito per chiedergli informazioni su questa cicatrice: «Da che cosa viene questa cicatrice? Ha avuto qualche operazione quando era piccola? Che cosa è successo?» e anche mio marito non ne sapeva molto. Sono rimasta in ospedale quella notte poi il giorno dopo sono tornata a casa, ho chiamato mia madre per raccontarle quello che mi era successo e un paio di giorni dopo lei è arrivata dalla Germania e mi ha raccontato tutta la storia. Questo appunto è stata la mia vita. Io sono cresciuta in una famiglia zingara e sono stata una bambina spesso malata. Ancora oggi, io subisco le conseguenze di questi esperimenti: svenimenti, vertigini e mal di testa. Vorrei raccontare anche la storia di mio zio Kurt, che, addirittura, faceva parte della scorta motorizzata di Hitler nei suoi viaggi all’estero. Era un soldato molto bravo e volevano promuoverlo per farlo diventare un ufficiale, prima di promuoverlo fecero una ricerca nel suo albero genealogico e quando scoprirono che i suoi genitori erano zingari venne immediatamente espulso dall’esercito, costretto a tornare a Würzburg e sterilizzato quando aveva 25 anni.
Vorrei pure parlarvi della cugina di mia madre, Anneliese Winterstein. Il suo destino ricorda quello di tutti coloro che sono morti ad Auschwitz. Anneliese doveva essere deportata ad Auschwitz con i suoi figli. Suo figlio Waldemar, di cinque mesi, era ricoverato nella clinica universitaria di Würzburg, a causa di un’infezione polmonare. Normalmente, in tali circostanze, le famiglie non venivano deportate. Ma il capo del reparto zingaro, Christian Blüm, incaricò un’infermiera di portare il bambino fuori dalla clinica e a tale scopo le fornì persino un’auto della polizia. Anneliese, il piccolo Waldemar e suo figlio Karl-Heinz, di quattro anni, furono deportati ad Auschwitz il 16 marzo 1944. Waldemar non sopravvisse al trasporto, Karl-Heinz morì poco dopo l’arrivo ad Auschwitz. Anneliese, una bella giovane donna di appena 20 anni, dovette affrontare un’altra catastrofe: le SS la scelsero come prostituta per il bordello del campo. Il 12 giugno 1944, per la vergogna e la disperazione, Anneliese si gettò sopra il recinto di filo spinato ad alta tensione che circondava il campo. Anneliese è una dei circa 500.000 sinti e rom umiliati, torturati e vittime dell’Olocausto tra il 1933 e il 1945. Nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944 il cosiddetto “Campo degli Zingari” di Auschwitz-Birkenau venne chiuso. Furono uccise circa 4000 persone, soprattutto donne, bambini e anziani. Ricordiamo ognuno di loro, che hanno perso la loro vita e la loro felicità a causa del razzismo e degli orrori perpetrati dai nazisti.
Dopo il 1945 iniziò la lotta per il risarcimento. Per le vittime fu difficile parlare delle proprie sofferenze. Il governo dell’epoca mostrò scarsa disponibilità a concedere un adeguato risarcimento. I pregiudizi contro gli «zingari» non scomparvero. Spesso venne loro rifiutato il risarcimento, si sosteneva che sinti e i rom non erano stati perseguitati a causa del razzismo, ma per il loro presunto comportamento criminale e asociale. Negli anni Ottanta, io e la mia famiglia vivevamo in America, ma i miei problemi di salute erano così seri che dovetti tornare in Germania. Decisi allora di schierarmi dalla parte di mia madre per lottare e ottenere un risarcimento, anche se questo significava separarmi dai miei due figli per molto tempo. È stata una lotta dura, e abbiamo sempre avuto paura che gli orrori del passato potessero ripetersi. Molti dei responsabili dell’Olocausto non furono mai puniti. Per esempio, il capo del “Dipartimento zingari” a Würzburg, Christian Blüm, dopo la guerra, ha lavorato presso il dipartimento di polizia di Würzburg, con un incarico di alta responsabilità.
Nonostante tutte queste esperienze, non provo alcuna amarezza. Sento invece una forte responsabilità e un desiderio: voglio che una cosa del genere non accada mai più.
Oggi faccio parte di una missione internazionale di pace, grazie alla Comunità di Sant’Egidio, che lavora per la pace in molti campi diversi. Quando ero ad Auschwitz con la Comunità, nove anni fa, ho raccontato la mia storia a più di 400 giovani provenienti da tutta Europa. Non è stato facile per me. Molti, molti della mia famiglia sono stati assassinati ad Auschwitz e leggere tutti i loro nomi su una lavagna e vedere le loro foto mi ha molto scosso. Ma ha cambiato anche qualcos’altro in me: l’incredibile sofferenza che ho visto lì, mi ha fatto capire che la sofferenza non si supera con l’odio ma con il perdono. Il perdono è una grande forza! Credo che solo il perdono costruisca il futuro, l’odio deve essere una cosa del passato. Il futuro può essere costruito solo con la comprensione reciproca. Non si può costruire nulla con l’odio. L’odio e la guerra non portano a nient’altro che a nuovo odio e distruzione, a divisione e nuova sofferenza. Io ho perdonato. Ho perdonato, ma non dimenticherò mai. Potrei raccontare per ore delle grandi sofferenze vissute dalla mia famiglia e dai miei amici, a causa delle persecuzioni, discriminazioni, sterilizzazioni forzate e violenze. Ma vorrei anche soffermarmi brevemente su ciò che noi viviamo oggi. Viviamo in tempi difficili. Il Coronavirus ci ha costretti a praticare il distanziamento sociale. Per me sono stati tempi difficili, senza incontrare amici, senza abbracciare i miei cari, ma per molte persone del mio popolo questi tempi sono stati un disastro. Molti rom, soprattutto nell’Europa dell’Est, sono seriamente minacciati. In questi Paesi, lo stato di salute di molti rom è già notevolmente peggiore rispetto alla maggioranza della popolazione. A causa dell’antiziganismo e dell’esclusione, vivono in povertà, in condizioni disumane: senza accesso ad acqua pulita, senza cibo a sufficienza, servizi igienici e cure mediche. C’è un rischio maggiore di diffusione del virus. Le scuole sono chiuse, molti genitori non sono in grado di insegnare ai bambini, gli mancano i mezzi per partecipare alla didattica online. I Rom, come tanti, devono affrontare le conseguenze disumane della crisi. Mi duole il cuore sapere che la sofferenza del mio popolo continua a crescere.
La crisi del Coronavirus ha rivelato un altro gruppo vulnerabile: gli anziani. Gli anziani sono in pericolo. Il drammatico numero di morti negli istituti fa rabbrividire. In numerosi Paesi sta emergendo un modello pericoloso che favorisce l’“assistenza sanitaria selettiva” e che considera la vita degli anziani come un avanzo. Non dobbiamo accettare quella che papa Francesco chiama la “cultura dello scarto”. Nella cultura dei rom e dei sinti, la generazione degli anziani viene considerata un capitale, gli anziani portano con sé un tesoro di conoscenza e di esperienza. Questa generazione che ha combattuto le dittature, che ha lottato per la ricostruzione dopo la guerra e ha costruito l’Europa, non può essere lasciata morire. Non sono pessimista, perché so che insieme possiamo cambiare il mondo, perché diventi più umano! Costruiamo una società in Europa e nel mondo in cui i sinti, i rom e tutte le altre minoranze non siano più discriminati. Non restiamo in silenzio di fronte all’ingiustizia, alziamo la voce contro l’indifferenza! La pace inizia da ognuno di noi. Non odiamo coloro che ci sono estranei. Parliamo con gli altri, superiamo i nostri pregiudizi. Ho visto con i miei occhi che ogni pregiudizio può finire in un disastro, come Auschwitz.
[1] Le parole di Rita Prigmore fanno parte di una video-intervista concessa dalla stessa testimone il 3 luglio 2020 a Würzburg, specificamente per il progetto di Unar e Formez per la valorizzazione di cultura e memoria di rom e sinti in Italia. Questa intervista è stata raccolta e tradotta dall’inglese da Alessandro Luciani. Alcune informazioni sono state tratte anche dalla video intervista a Rita Prigmore, «Io sopravvissuta a Mengele», Secolo XIX, 12 febbraio 2013.
Mi chiamo Rita Prigmore. Vengo da una città tedesca chiamata Würzburg, in Baviera. La mia famiglia è una famiglia di musicisti. Mio padre, Gabriel Reinhardt, suonava il violino ed era famoso in tutta la Germania, assieme alla sua band «gitana» ungherese. Mia madre era una grande cantante e ballerina nel “CC-Varieté” di Würzburg. Questo teatro era uno dei principali palcoscenici di cabaret e operetta del Reich tedesco. Subito dopo l’ascesa al potere dei nazionalsocialisti, i sinti e i rom furono perseguitati.
Persero la cittadinanza tedesca. Molti di loro furono deportati nei campi di concentramento e costretti ai lavori forzati. Ai bambini non era più permesso di frequentare la scuola, c’erano divieti di lavoro, obblighi speciali di registrazione e numerose restrizioni nella vita quotidiana. Dal 1940 in poi, le autorità pianificarono di sterilizzare gli zingari. Nel 1942, mia madre fu prelevata da due poliziotti e fu portata nell’ufficio di Christian Blüm, il responsabile a Würzburg della cosiddetta “questione zingara”. Lì mia madre si trovò di fronte alla scelta: sterilizzazione forzata o campo di concentramento. Prima della data fissata per la sterilizzazione, mia madre rimase incinta. Dovette riferirlo alla Gestapo. Christian Blüm decise di farla abortire. Mia madre fu mandata alla Clinica femminile universitaria per un esame, scoprirono che era incinta di due gemelli. A mia madre fu dato il permesso di farli nascere. Già durante la gravidanza, mia madre venne esaminata da Werner Heyde. Quest’uomo era il direttore dell’ospedale psichiatrico dell’Università di Würzburg. Dall’estate 1940 fino al dicembre 1941 fu il responsabile della pianificazione e dell’esecuzione della cosiddetta “Aktion T4”. Hitler aveva deciso di uccidere i disabili e i malati di mente. Heyde mandò a morte circa 100.000 persone. Werner Heyde praticò anche la ricerca genetica nei campi di concentramento a partire dal 1936. Heyde e Josef Mengele erano molto noti. Come sapete, il dottor Mengele era lo spietato ricercatore di gemelli e medico del “Campo degli Zingari” di Auschwitz. Gli esperimenti di Mengele furono condotti anche da Werner Heyde a Würzburg. Il 3 marzo 1943, siamo nate mia sorella Rolanda ed io. Subito dopo la nascita gli uomini della Gestapo vennero a prenderci e ci portarono in un ospedale. Werner Heyde ci sottopose a esperimenti medici. Mia mamma era spaventata e non poteva reggere quella situazione di angoscia e di paura per il nostro destino. Così entrò nell’ospedale dove eravamo rinchiuse e, dopo molte insistenze, riuscì a convincere un’infermiera che le mostrò solo me. Mia madre insistette per vedere anche mia sorella Rolanda. L’infermiera cercò di resistere, di negarsi, ma alla fine la portò in bagno e le indicò il corpicino di Rolanda steso sul fondo di una vasca da bagno: era morta. I medici le avevano fatto delle iniezioni di inchiostro negli occhi per tentare di cambiarle il colore. In preda alla disperazione mia madre mi prese tra le braccia e corse fuori. Si diresse verso una cappella dedicata a Santa Rita per farmi battezzare in condizione di emergenza. Tornammo a casa ma dopo due giorni arrivarono le SS mi prelevarono: per un anno mia madre non ebbe più mie notizie.
Dopo un anno, nel 1944, mia madre ricevette una lettera della Croce Rossa che la informava che ero viva e che poteva venirmi a prendere. Tornata a casa sono cresciuta con quella parte della famiglia sopravvissuta ai campi di concentramento. Chi non era stato deportato nei campi concentramento, come mia madre, mia nonna e i miei zii, era stato sterilizzato. Quando avevo 36 anni, stavo tornando dal lavoro, negli Stati Uniti, mentre guidavo iniziai a sentirmi molto male. Mi era stato detto che, se mi fossi sentita male, avrei dovuto accendere le luci e mettermi sulla destra per uscire dal traffico, guardai nello specchietto retrovisore se c’era una macchina, c’era solo una macchina della Polizia, mi ricordo che ho acceso tutte le luci, mi sono accostata a destra, mi ricordo che ha fatto appena in tempo a spegnere il motore e poi sono svenuta e mi sono risvegliata in ambulanza. In ospedale hanno iniziato a sottopormi a degli esami, hanno trovato questa cicatrice sulla testa, hanno chiamato mio marito per chiedergli informazioni su questa cicatrice: «Da che cosa viene questa cicatrice? Ha avuto qualche operazione quando era piccola? Che cosa è successo?» e anche mio marito non ne sapeva molto. Sono rimasta in ospedale quella notte poi il giorno dopo sono tornata a casa, ho chiamato mia madre per raccontarle quello che mi era successo e un paio di giorni dopo lei è arrivata dalla Germania e mi ha raccontato tutta la storia. Questo appunto è stata la mia vita. Io sono cresciuta in una famiglia zingara e sono stata una bambina spesso malata. Ancora oggi, io subisco le conseguenze di questi esperimenti: svenimenti, vertigini e mal di testa. Vorrei raccontare anche la storia di mio zio Kurt, che, addirittura, faceva parte della scorta motorizzata di Hitler nei suoi viaggi all’estero. Era un soldato molto bravo e volevano promuoverlo per farlo diventare un ufficiale, prima di promuoverlo fecero una ricerca nel suo albero genealogico e quando scoprirono che i suoi genitori erano zingari venne immediatamente espulso dall’esercito, costretto a tornare a Würzburg e sterilizzato quando aveva 25 anni.
Vorrei pure parlarvi della cugina di mia madre, Anneliese Winterstein. Il suo destino ricorda quello di tutti coloro che sono morti ad Auschwitz. Anneliese doveva essere deportata ad Auschwitz con i suoi figli. Suo figlio Waldemar, di cinque mesi, era ricoverato nella clinica universitaria di Würzburg, a causa di un’infezione polmonare. Normalmente, in tali circostanze, le famiglie non venivano deportate. Ma il capo del reparto zingaro, Christian Blüm, incaricò un’infermiera di portare il bambino fuori dalla clinica e a tale scopo le fornì persino un’auto della polizia. Anneliese, il piccolo Waldemar e suo figlio Karl-Heinz, di quattro anni, furono deportati ad Auschwitz il 16 marzo 1944. Waldemar non sopravvisse al trasporto, Karl-Heinz morì poco dopo l’arrivo ad Auschwitz. Anneliese, una bella giovane donna di appena 20 anni, dovette affrontare un’altra catastrofe: le SS la scelsero come prostituta per il bordello del campo. Il 12 giugno 1944, per la vergogna e la disperazione, Anneliese si gettò sopra il recinto di filo spinato ad alta tensione che circondava il campo. Anneliese è una dei circa 500.000 sinti e rom umiliati, torturati e vittime dell’Olocausto tra il 1933 e il 1945. Nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944 il cosiddetto “Campo degli Zingari” di Auschwitz-Birkenau venne chiuso. Furono uccise circa 4000 persone, soprattutto donne, bambini e anziani. Ricordiamo ognuno di loro, che hanno perso la loro vita e la loro felicità a causa del razzismo e degli orrori perpetrati dai nazisti.
Dopo il 1945 iniziò la lotta per il risarcimento. Per le vittime fu difficile parlare delle proprie sofferenze. Il governo dell’epoca mostrò scarsa disponibilità a concedere un adeguato risarcimento. I pregiudizi contro gli «zingari» non scomparvero. Spesso venne loro rifiutato il risarcimento, si sosteneva che sinti e i rom non erano stati perseguitati a causa del razzismo, ma per il loro presunto comportamento criminale e asociale. Negli anni Ottanta, io e la mia famiglia vivevamo in America, ma i miei problemi di salute erano così seri che dovetti tornare in Germania. Decisi allora di schierarmi dalla parte di mia madre per lottare e ottenere un risarcimento, anche se questo significava separarmi dai miei due figli per molto tempo. È stata una lotta dura, e abbiamo sempre avuto paura che gli orrori del passato potessero ripetersi. Molti dei responsabili dell’Olocausto non furono mai puniti. Per esempio, il capo del “Dipartimento zingari” a Würzburg, Christian Blüm, dopo la guerra, ha lavorato presso il dipartimento di polizia di Würzburg, con un incarico di alta responsabilità.
Nonostante tutte queste esperienze, non provo alcuna amarezza. Sento invece una forte responsabilità e un desiderio: voglio che una cosa del genere non accada mai più.
Oggi faccio parte di una missione internazionale di pace, grazie alla Comunità di Sant’Egidio, che lavora per la pace in molti campi diversi. Quando ero ad Auschwitz con la Comunità, nove anni fa, ho raccontato la mia storia a più di 400 giovani provenienti da tutta Europa. Non è stato facile per me. Molti, molti della mia famiglia sono stati assassinati ad Auschwitz e leggere tutti i loro nomi su una lavagna e vedere le loro foto mi ha molto scosso. Ma ha cambiato anche qualcos’altro in me: l’incredibile sofferenza che ho visto lì, mi ha fatto capire che la sofferenza non si supera con l’odio ma con il perdono. Il perdono è una grande forza! Credo che solo il perdono costruisca il futuro, l’odio deve essere una cosa del passato. Il futuro può essere costruito solo con la comprensione reciproca. Non si può costruire nulla con l’odio. L’odio e la guerra non portano a nient’altro che a nuovo odio e distruzione, a divisione e nuova sofferenza. Io ho perdonato. Ho perdonato, ma non dimenticherò mai. Potrei raccontare per ore delle grandi sofferenze vissute dalla mia famiglia e dai miei amici, a causa delle persecuzioni, discriminazioni, sterilizzazioni forzate e violenze. Ma vorrei anche soffermarmi brevemente su ciò che noi viviamo oggi. Viviamo in tempi difficili. Il Coronavirus ci ha costretti a praticare il distanziamento sociale. Per me sono stati tempi difficili, senza incontrare amici, senza abbracciare i miei cari, ma per molte persone del mio popolo questi tempi sono stati un disastro. Molti rom, soprattutto nell’Europa dell’Est, sono seriamente minacciati. In questi Paesi, lo stato di salute di molti rom è già notevolmente peggiore rispetto alla maggioranza della popolazione. A causa dell’antiziganismo e dell’esclusione, vivono in povertà, in condizioni disumane: senza accesso ad acqua pulita, senza cibo a sufficienza, servizi igienici e cure mediche. C’è un rischio maggiore di diffusione del virus. Le scuole sono chiuse, molti genitori non sono in grado di insegnare ai bambini, gli mancano i mezzi per partecipare alla didattica online. I Rom, come tanti, devono affrontare le conseguenze disumane della crisi. Mi duole il cuore sapere che la sofferenza del mio popolo continua a crescere.
La crisi del Coronavirus ha rivelato un altro gruppo vulnerabile: gli anziani. Gli anziani sono in pericolo. Il drammatico numero di morti negli istituti fa rabbrividire. In numerosi Paesi sta emergendo un modello pericoloso che favorisce l’“assistenza sanitaria selettiva” e che considera la vita degli anziani come un avanzo. Non dobbiamo accettare quella che papa Francesco chiama la “cultura dello scarto”. Nella cultura dei rom e dei sinti, la generazione degli anziani viene considerata un capitale, gli anziani portano con sé un tesoro di conoscenza e di esperienza. Questa generazione che ha combattuto le dittature, che ha lottato per la ricostruzione dopo la guerra e ha costruito l’Europa, non può essere lasciata morire. Non sono pessimista, perché so che insieme possiamo cambiare il mondo, perché diventi più umano! Costruiamo una società in Europa e nel mondo in cui i sinti, i rom e tutte le altre minoranze non siano più discriminati. Non restiamo in silenzio di fronte all’ingiustizia, alziamo la voce contro l’indifferenza! La pace inizia da ognuno di noi. Non odiamo coloro che ci sono estranei. Parliamo con gli altri, superiamo i nostri pregiudizi. Ho visto con i miei occhi che ogni pregiudizio può finire in un disastro, come Auschwitz.
[1] Le parole di Rita Prigmore fanno parte di una video-intervista concessa dalla stessa testimone il 3 luglio 2020 a Würzburg, specificamente per il progetto di Unar e Formez per la valorizzazione di cultura e memoria di rom e sinti in Italia. Questa intervista è stata raccolta e tradotta dall’inglese da Alessandro Luciani. Alcune informazioni sono state tratte anche dalla video intervista a Rita Prigmore, «Io sopravvissuta a Mengele», Secolo XIX, 12 febbraio 2013.