Batsheva Dagan
8 settembre 1925
Mi chiamo Batsheva Dagan, sono nata l’8 settembre 1925 a Łódź, in Polonia, con il nome di Izabella Rubinsztajn. Mio padre Szlomo-Fiszel possedeva a Łódź un laboratorio di tessitura e mia madre Fajga era una sarta. Quando i nazisti occuparono la mia città natale, creando uno dei ghetti più conosciuti per le sue insostenibili condizioni di vita, scappai insieme ai miei genitori e i miei cinque fratelli e tre sorelle a Radom. Fummo forzatamente trasferiti nel ghetto di Radom, dove venni coinvolta nelle attività dell’organizzazione giovanile segreta Hashomer Hatzair; per conto di questa, contrabbandavo dal ghetto di Varsavia il giornale “Pod prąd” (Contro corrente).
Nel 1942 riuscii a fuggire dal ghetto di Radom e, sotto falsa identità, raggiunsi la città di Schwerin, in Germania. Lì lavorai per alcuni mesi nella casa della famiglia di un giudice distrettuale nazista, finché non fui arrestata, imprigionata in sei carceri e, nel maggio del 1943, deportata ad Auschwitz. Dentro il campo, lavoravo nel Kommando Kanada, dove venivano confiscati e poi immagazzinati i possedimenti personali dei prigionieri.
Ricordo che nell’estate del 1944, arrivarono i trasporti più numerosi. Le persone nascondevano i loro gioielli nelle spalline, noi dovevamo aprirle e consegnare ai nazisti i gioielli che avevano valore. Le valigie erano piene di cibo, che ai tempi era molto più importante dei vestiti. Era un vantaggio in quella tragica situazione, perché potevamo mangiare il cibo che veniva confiscato: salsicce, che ci facevano venire mal di stomaco, formaggio secco, a volte anche biscotti secchi. Chiunque trovasse questo cibo, lo distribuiva agli altri.
A terra ho trovato foto delle mie insegnanti, che amavo tanto. Era un chiaro segno del fatto che fossero scomparse. Questa fu forse la cosa più dura da accettare.
Mi capitava di vedere una camicia molto costosa, e poi accanto una economica. Quando tenevo in mano questi oggetti, mi domandavo: “chissà chi li indossava?!”
Rimasi ad Auschwitz fino al gennaio del 1945 quando, insieme a altre prigioniere, fui inviata a una marcia della morte verso il campo di Ravensbrück, e poi nel sotto-campo di Malchow. Il 2 maggio del 1945, l’esercito britannico liberò il campo; io decisi di trasferirmi in Israele, sposai mio marito Paul e adottai il suo cognome Dagan.
Grazie alla mia esperienza nei settori dell’educazione e della psicologia, ho sviluppato programmi di studio per insegnare lo sterminio nazista ai giovani, e ho scritto libri per bambini e adolescenti, come “Cika, una cagnolina nel ghetto” e “Se le stelle potessero parlare”.
Lavoravo come maestra d’asilo. In Israele l’estate è lunga e per gran parte dell’anno è sufficiente indossare le maniche corte. I miei alunni mi chiedevano cosa fosse il numero che avevo sul braccio. Mi chiedevo come avrei potuto spiegarglielo. Ho dovuto farlo in un modo molto semplice.
La domanda sul numero ritornava ancora e ancora. Per qualche tempo, ho lavorato in Inghilterra nella Jewish Progressive Organization come consigliera. Il mio compito era supportare il processo di insegnamento per bambini sui temi della Shoah. In quel periodo, scrissi il mio primo racconto intitolato “What Happened in the Shoah? A Story in Rhyme for Children Who Wish to Know” (“Cosa accadde durante la Shoah? Storia in rima per i bambini che vorrebbero sapere”). Nel sottotitolo volevo sottolineare che non dobbiamo forzare i bambini alla conoscenza; se vogliono sapere, questo libricino li aiuterà a capire cosa è successo.
Scrivere ha significato per me lasciare alle generazioni successive il testimone della mia storia.
Ho lottato tutta la mia vita affinché il mondo sapesse cos’era successo.
Il 20 gennaio del 2016 ho voluto farlo anche con un gesto pratico, donando al Museo Statale di Auschwitz-Birkenau un oggetto simbolo di questa storia, che avevo custodito con grande cura: le minuscole scarpette della libertà.
Si tratta di un regalo portafortuna ricevuto dalla mia compagna di cella, una donna ebrea tedesca dall’aspetto semitico. Aveva la carnagione scura e gli occhi tristi. Era la moglie di un poliziotto tedesco di Berlino e aveva una figlia piccola. La figlia rimase con il marito, ma lei fu deportata. Era triste e parlava di sua figlia, di quanto le mancasse. Un giorno mi ha fatto una sorpresa. Ha realizzato queste scarpette per me.
Lo ha fatto di nascosto, con un pezzo di pelle sottile, ago e filo trovati chissà dove.
Quando me le ha donate, ha detto: «Lascia che ti portino verso la libertà».
Mi ci hanno davvero portata, alla libertà.
Le ho conservate per venti mesi, rischiando di essere scoperta e punita. Non so nemmeno io come ho fatto.
Dopo la guerra, tutte le istituzioni e i musei desideravano possederle, ma io ho sempre rifiutato le richieste. Le scarpette dovevano tornare nel luogo in cui sono state create: sono nate ad Auschwitz e ad Auschwitz devono restare.

Mi chiamo Batsheva Dagan, sono nata l’8 settembre 1925 a Łódź, in Polonia, con il nome di Izabella Rubinsztajn. Mio padre Szlomo-Fiszel possedeva a Łódź un laboratorio di tessitura e mia madre Fajga era una sarta. Quando i nazisti occuparono la mia città natale, creando uno dei ghetti più conosciuti per le sue insostenibili condizioni di vita, scappai insieme ai miei genitori e i miei cinque fratelli e tre sorelle a Radom. Fummo forzatamente trasferiti nel ghetto di Radom, dove venni coinvolta nelle attività dell’organizzazione giovanile segreta Hashomer Hatzair; per conto di questa, contrabbandavo dal ghetto di Varsavia il giornale “Pod prąd” (Contro corrente).
Nel 1942 riuscii a fuggire dal ghetto di Radom e, sotto falsa identità, raggiunsi la città di Schwerin, in Germania. Lì lavorai per alcuni mesi nella casa della famiglia di un giudice distrettuale nazista, finché non fui arrestata, imprigionata in sei carceri e, nel maggio del 1943, deportata ad Auschwitz. Dentro il campo, lavoravo nel Kommando Kanada, dove venivano confiscati e poi immagazzinati i possedimenti personali dei prigionieri.
Ricordo che nell’estate del 1944, arrivarono i trasporti più numerosi. Le persone nascondevano i loro gioielli nelle spalline, noi dovevamo aprirle e consegnare ai nazisti i gioielli che avevano valore. Le valigie erano piene di cibo, che ai tempi era molto più importante dei vestiti. Era un vantaggio in quella tragica situazione, perché potevamo mangiare il cibo che veniva confiscato: salsicce, che ci facevano venire mal di stomaco, formaggio secco, a volte anche biscotti secchi. Chiunque trovasse questo cibo, lo distribuiva agli altri.
A terra ho trovato foto delle mie insegnanti, che amavo tanto. Era un chiaro segno del fatto che fossero scomparse. Questa fu forse la cosa più dura da accettare.
Mi capitava di vedere una camicia molto costosa, e poi accanto una economica. Quando tenevo in mano questi oggetti, mi domandavo: “chissà chi li indossava?!”
Rimasi ad Auschwitz fino al gennaio del 1945 quando, insieme a altre prigioniere, fui inviata a una marcia della morte verso il campo di Ravensbrück, e poi nel sotto-campo di Malchow. Il 2 maggio del 1945, l’esercito britannico liberò il campo; io decisi di trasferirmi in Israele, sposai mio marito Paul e adottai il suo cognome Dagan.
Grazie alla mia esperienza nei settori dell’educazione e della psicologia, ho sviluppato programmi di studio per insegnare lo sterminio nazista ai giovani, e ho scritto libri per bambini e adolescenti, come “Cika, una cagnolina nel ghetto” e “Se le stelle potessero parlare”.
Lavoravo come maestra d’asilo. In Israele l’estate è lunga e per gran parte dell’anno è sufficiente indossare le maniche corte. I miei alunni mi chiedevano cosa fosse il numero che avevo sul braccio. Mi chiedevo come avrei potuto spiegarglielo. Ho dovuto farlo in un modo molto semplice.
La domanda sul numero ritornava ancora e ancora. Per qualche tempo, ho lavorato in Inghilterra nella Jewish Progressive Organization come consigliera. Il mio compito era supportare il processo di insegnamento per bambini sui temi della Shoah. In quel periodo, scrissi il mio primo racconto intitolato “What Happened in the Shoah? A Story in Rhyme for Children Who Wish to Know” (“Cosa accadde durante la Shoah? Storia in rima per i bambini che vorrebbero sapere”). Nel sottotitolo volevo sottolineare che non dobbiamo forzare i bambini alla conoscenza; se vogliono sapere, questo libricino li aiuterà a capire cosa è successo.
Scrivere ha significato per me lasciare alle generazioni successive il testimone della mia storia.
Ho lottato tutta la mia vita affinché il mondo sapesse cos’era successo.

Il 20 gennaio del 2016 ho voluto farlo anche con un gesto pratico, donando al Museo Statale di Auschwitz-Birkenau un oggetto simbolo di questa storia, che avevo custodito con grande cura: le minuscole scarpette della libertà.
Si tratta di un regalo portafortuna ricevuto dalla mia compagna di cella, una donna ebrea tedesca dall’aspetto semitico. Aveva la carnagione scura e gli occhi tristi. Era la moglie di un poliziotto tedesco di Berlino e aveva una figlia piccola. La figlia rimase con il marito, ma lei fu deportata. Era triste e parlava di sua figlia, di quanto le mancasse. Un giorno mi ha fatto una sorpresa. Ha realizzato queste scarpette per me.
Lo ha fatto di nascosto, con un pezzo di pelle sottile, ago e filo trovati chissà dove.
Quando me le ha donate, ha detto: «Lascia che ti portino verso la libertà».
Mi ci hanno davvero portata, alla libertà.
Le ho conservate per venti mesi, rischiando di essere scoperta e punita. Non so nemmeno io come ho fatto.
Dopo la guerra, tutte le istituzioni e i musei desideravano possederle, ma io ho sempre rifiutato le richieste. Le scarpette dovevano tornare nel luogo in cui sono state create: sono nate ad Auschwitz e ad Auschwitz devono restare.