Heinz F.

Mi chiamo Heinz. Sono nato nel 1905 in una piccola cittadina vicino a Hannover, in Germania. E sono gay. Per i primi trent’anni circa della mia vita, il mio orientamento sessuale non è stato un problema.
Negli anni Venti, la Repubblica di Weimar era conosciuta come il paradiso degli omosessuali. La maggior parte degli abitanti di Berlino non conosceva il Paragrafo 175 del codice penale tedesco, la legge tedesca anti sodomia che risaliva al 1871. Ma finché esisteva la legge, esisteva il pericolo di minacce e incarcerazioni. Per abolire il Paragrafo 175, nacque un movimento guidato dal professor Magnus Hirschfeld, scienziato e pioniere delle ricerche in ambito sessuale, nonché socialista, ebreo e omosessuale. Egli fondò l’Istituto di scienze sessuali di Berlino; sempre più persone lo sostenevano nella sua battaglia per l’emancipazione degli omosessuali in Germania.
Sembrava profilarsi una nuova era di libertà.
Lo Schwanenburg era un locale in cui si ballava, un locale normale che in certi giorni veniva affittato da omosessuali. In quei giorni c’era ancora più allegria e si urlava ancora più forte. E si danzavano i balli tipici degli omosessuali. Molto spesso, per vivacizzare un po’ la situazione, qualcuno gridava “polizia! Arriva la polizia”. C’era un fuggi fuggi generale, tutti tiravano su le gonne e correvano via, ma poi non succedeva niente. In realtà la polizia non arrivava mai. Oggi non ci si può neanche immaginare come andassero le cose a quel tempo a Berlino. Dopo la prima guerra mondiale, regnava la confusione più totale: gli uomini ballavano con gli uomini e le donne con le donne. Quella fu l’età dell’oro di Berlino.
Ma con l’avvento del nazismo le cose cambiarono. L’ascesa al potere di Hitler il 30 gennaio 1933 segnò la fine della nostra libertà. Il governo tedesco si ripropose di ripulire la Nazione dall’omosessualità. Quella maschile, in particolare, era considerata una malattia infettiva che contaminava il popolo tedesco. Furono chiusi nightclub, balere, e bar per gay e lesbiche. La situazione iniziava a diventare pericolosa ma, in fondo, quasi tutti gli uomini gay si consideravano in primo luogo tedeschi e pensavano che ciò li avrebbe protetti.
Parlo di uomini, perché le donne lesbiche non furono perseguitate alla stregua di noi uomini gay (fatte salve alcune eccezioni). L’omosessualità femminile non fu inserita nel Paragrafo 175; non era vista come una minaccia, perché veniva considerata una deviazione temporanea e curabile. In quegli anni, le donne lesbiche non subirono arresti di massa come noi uomini gay. Nel 2000, gli studiosi contavano solo cinque casi di donne lesbiche trasportate nei lager. Tuttavia, il mondo che avevano costruito fu distrutto. Alcune scelsero l’esilio, altre sposarono uomini gay.
Per gli omosessuali, così ci definivano al tempo, iniziò una vera e propria persecuzione. Durante l’epoca nazista, furono arrestate circa centomila persone, la maggior parte di famiglia cristiano-tedesca, e circa diecimila/quindicimila persone furono deportate nei campi di concentramento come criminali “omosessuali” (homosexuell). Il motivo ufficiale per l’internamento degli omosessuali era la rieducazione. Ai cristiano-tedeschi furono generalmente risparmiate le camere a gas. Venivano invece utilizzati per lavori forzati, esperimenti chirurgici o castrazione. Quasi due terzi morirono nei lager.
Tra quelle circa quindici mila persone, ci sono pure io.
Nel 1935, un mio amico gay arrestato e interrogato dalla Gestapo fece i nomi di altri omosessuali, tra cui il mio.
Ero totalmente ignaro di tutto.
Una mattina sentii “Aprite! Polizia”, mi chiesi cosa mai potevano volere da me. Dissi che avevo molto da fare, che avevo da lavorare. Dopo dieci minuti, bussarono di nuovo. “Aprite! Polizia, siamo tornati!”. Dissi “ma vi ho già detto che sarei passato io.” – “sì ma è molto urgente”, mi risposero. Allora pensai “Cosa diavolo vorranno da me?”. Andai con loro, mi mostrarono una lettera. “Qui, legga qui”. Era della polizia politica bavarese. “Ma cosa vogliono da me?” – “Lei è sospettato di essere omosessuale. Per questo motivo la dichiariamo in arresto”.
Cosa potevo fare? Fu così che mi trovai sulla via per (il campo di concentramento di) Dachau, senza aver avuto nessun processo. Sono rimasto lì per sei mesi, senza processo. Praticamente senza sapere né come, né perché.
Secondo la versione nazista del Paragrafo 175 (modificato nel 1935, per estendere la definizione di comportamento omosessuale illegale), pettegolezzi e insinuazioni venivano considerati come prove del crimine a tutti gli effetti. Gli uomini potevano essere arrestati con l’accusa di omosessualità per un semplice gesto, un semplice sguardo.
Nessuno di noi sapeva quanto sarebbe durata la reclusione e dove saremmo stati portati, se in prigione o in un campo di concentramento.
Quando uscii da Dachau andai a fare un viaggio. Penso che fossi comunque sotto sorveglianza a quel tempo. C’era una signora che mi seguiva sempre. Una volta uscii dal mio albergo per andare a mangiare, con me c’era una marchetta. Mi accorsi che c’era qualcuno dietro di noi. Lui mi tirò in un cespuglio. Io dissi “No, arriva qualcuno” – lui disse “ma no, non c’è nessuno”. E così per me ricominciò tutto da capo. “La dichiaro in arresto!”.
Mi portarono in una prigione per il processo. Non capivo niente. Nel frattempo, tutti gli omosessuali venivano trasportati a Mauthausen, e sono morti quasi tutti.
Mi trovai di nuovo in un campo di concentramento. Questa volta a Buchenwald. Se mi ricordo bene, i primi tempi, sul retro della giacca, c’era scritto a grandi lettere “omosessuale”, oppure “Paragrafo 175”. Più avanti le scritte vennero sostituite con un triangolo rosa.
In totale sono stato nei campi di concentramento otto anni e quattro mesi. Quando sono tornato a casa, ho cominciato a lavorare nel negozio di famiglia che gestiva mio fratello. Mio padre era già morto.
Non ho mai parlato con mia madre di quanto mi era accaduto nei campi di concentramento. Avevo vergogna, anche mia madre non mi ha mai detto niente. Ognuno ha sopportato in silenzio. Forse per compassione, per non ferirmi o rendere le cose ancora più difficili per me, mia madre non ha mai detto neanche una parola. Oggi è difficile credere che sia sopravvissuto a quegli anni terribili e che non ne abbia mai parlato con nessuno. Avrei forse voluto parlarne con mio padre, ma…
Non ne avrei parlato con nessun altro… E comunque nessuno voleva ascoltare. Se solo si diceva mezza parola… “ah non voglio sentire queste cose”, mi rispondevano. Questa era la reazione.
A novantatré anni ho raccontato la mia storia per la prima volta per il documentario “Paragraph 175”. Non rivelerò mai il mio cognome, perché ho vissuto sulla mia pelle le conseguenze del pregiudizio sulle persone gay.
Ma ormai per me (tutto questo) è acqua passata, non ci voglio più pensare.

Mi chiamo Heinz. Sono nato nel 1905 in una piccola cittadina vicino a Hannover, in Germania. E sono gay. Per i primi trent’anni circa della mia vita, il mio orientamento sessuale non è stato un problema.
Negli anni Venti, la Repubblica di Weimar era conosciuta come il paradiso degli omosessuali. La maggior parte degli abitanti di Berlino non conosceva il Paragrafo 175 del codice penale tedesco, la legge tedesca anti sodomia che risaliva al 1871. Ma finché esisteva la legge, esisteva il pericolo di minacce e incarcerazioni. Per abolire il Paragrafo 175, nacque un movimento guidato dal professor Magnus Hirschfeld, scienziato e pioniere delle ricerche in ambito sessuale, nonché socialista, ebreo e omosessuale. Egli fondò l’Istituto di scienze sessuali di Berlino; sempre più persone lo sostenevano nella sua battaglia per l’emancipazione degli omosessuali in Germania.
Sembrava profilarsi una nuova era di libertà.
Lo Schwanenburg era un locale in cui si ballava, un locale normale che in certi giorni veniva affittato da omosessuali. In quei giorni c’era ancora più allegria e si urlava ancora più forte. E si danzavano i balli tipici degli omosessuali. Molto spesso, per vivacizzare un po’ la situazione, qualcuno gridava “polizia! Arriva la polizia”. C’era un fuggi fuggi generale, tutti tiravano su le gonne e correvano via, ma poi non succedeva niente. In realtà la polizia non arrivava mai. Oggi non ci si può neanche immaginare come andassero le cose a quel tempo a Berlino. Dopo la prima guerra mondiale, regnava la confusione più totale: gli uomini ballavano con gli uomini e le donne con le donne. Quella fu l’età dell’oro di Berlino.
Ma con l’avvento del nazismo le cose cambiarono. L’ascesa al potere di Hitler il 30 gennaio 1933 segnò la fine della nostra libertà. Il governo tedesco si ripropose di ripulire la Nazione dall’omosessualità. Quella maschile, in particolare, era considerata una malattia infettiva che contaminava il popolo tedesco. Furono chiusi nightclub, balere, e bar per gay e lesbiche. La situazione iniziava a diventare pericolosa ma, in fondo, quasi tutti gli uomini gay si consideravano in primo luogo tedeschi e pensavano che ciò li avrebbe protetti.
Parlo di uomini, perché le donne lesbiche non furono perseguitate alla stregua di noi uomini gay (fatte salve alcune eccezioni). L’omosessualità femminile non fu inserita nel Paragrafo 175; non era vista come una minaccia, perché veniva considerata una deviazione temporanea e curabile. In quegli anni, le donne lesbiche non subirono arresti di massa come noi uomini gay. Nel 2000, gli studiosi contavano solo cinque casi di donne lesbiche trasportate nei lager. Tuttavia, il mondo che avevano costruito fu distrutto. Alcune scelsero l’esilio, altre sposarono uomini gay.
Per gli omosessuali, così ci definivano al tempo, iniziò una vera e propria persecuzione. Durante l’epoca nazista, furono arrestate circa centomila persone, la maggior parte di famiglia cristiano-tedesca, e circa diecimila/quindicimila persone furono deportate nei campi di concentramento come criminali “omosessuali” (homosexuell). Il motivo ufficiale per l’internamento degli omosessuali era la rieducazione. Ai cristiano-tedeschi furono generalmente risparmiate le camere a gas. Venivano invece utilizzati per lavori forzati, esperimenti chirurgici o castrazione. Quasi due terzi morirono nei lager.
Tra quelle circa quindici mila persone, ci sono pure io.
Nel 1935, un mio amico gay arrestato e interrogato dalla Gestapo fece i nomi di altri omosessuali, tra cui il mio.
Ero totalmente ignaro di tutto.
Una mattina sentii “Aprite! Polizia”, mi chiesi cosa mai potevano volere da me. Dissi che avevo molto da fare, che avevo da lavorare. Dopo dieci minuti, bussarono di nuovo. “Aprite! Polizia, siamo tornati!”. Dissi “ma vi ho già detto che sarei passato io.” – “sì ma è molto urgente”, mi risposero. Allora pensai “Cosa diavolo vorranno da me?”. Andai con loro, mi mostrarono una lettera. “Qui, legga qui”. Era della polizia politica bavarese. “Ma cosa vogliono da me?” – “Lei è sospettato di essere omosessuale. Per questo motivo la dichiariamo in arresto”.
Cosa potevo fare? Fu così che mi trovai sulla via per (il campo di concentramento di) Dachau, senza aver avuto nessun processo. Sono rimasto lì per sei mesi, senza processo. Praticamente senza sapere né come, né perché.
Secondo la versione nazista del Paragrafo 175 (modificato nel 1935, per estendere la definizione di comportamento omosessuale illegale), pettegolezzi e insinuazioni venivano considerati come prove del crimine a tutti gli effetti. Gli uomini potevano essere arrestati con l’accusa di omosessualità per un semplice gesto, un semplice sguardo.
Nessuno di noi sapeva quanto sarebbe durata la reclusione e dove saremmo stati portati, se in prigione o in un campo di concentramento.
Quando uscii da Dachau andai a fare un viaggio. Penso che fossi comunque sotto sorveglianza a quel tempo. C’era una signora che mi seguiva sempre. Una volta uscii dal mio albergo per andare a mangiare, con me c’era una marchetta. Mi accorsi che c’era qualcuno dietro di noi. Lui mi tirò in un cespuglio. Io dissi “No, arriva qualcuno” – lui disse “ma no, non c’è nessuno”. E così per me ricominciò tutto da capo. “La dichiaro in arresto!”.
Mi portarono in una prigione per il processo. Non capivo niente. Nel frattempo, tutti gli omosessuali venivano trasportati a Mauthausen, e sono morti quasi tutti.
Mi trovai di nuovo in un campo di concentramento. Questa volta a Buchenwald. Se mi ricordo bene, i primi tempi, sul retro della giacca, c’era scritto a grandi lettere “omosessuale”, oppure “Paragrafo 175”. Più avanti le scritte vennero sostituite con un triangolo rosa.
In totale sono stato nei campi di concentramento otto anni e quattro mesi. Quando sono tornato a casa, ho cominciato a lavorare nel negozio di famiglia che gestiva mio fratello. Mio padre era già morto.
Non ho mai parlato con mia madre di quanto mi era accaduto nei campi di concentramento. Avevo vergogna, anche mia madre non mi ha mai detto niente. Ognuno ha sopportato in silenzio. Forse per compassione, per non ferirmi o rendere le cose ancora più difficili per me, mia madre non ha mai detto neanche una parola. Oggi è difficile credere che sia sopravvissuto a quegli anni terribili e che non ne abbia mai parlato con nessuno. Avrei forse voluto parlarne con mio padre, ma…
Non ne avrei parlato con nessun altro… E comunque nessuno voleva ascoltare. Se solo si diceva mezza parola… “ah non voglio sentire queste cose”, mi rispondevano. Questa era la reazione.
A novantatré anni ho raccontato la mia storia per la prima volta per il documentario “Paragraph 175”. Non rivelerò mai il mio cognome, perché ho vissuto sulla mia pelle le conseguenze del pregiudizio sulle persone gay.
Ma ormai per me (tutto questo) è acqua passata, non ci voglio più pensare.