Czesław Jaszczyński
12 luglio 1913

Mi chiamo Czesław Jaszczyński, sono nato il 12 luglio 1913 a Bochnia, in Polonia.
Ho una peculiarità: soffro di acondroplasia, una condizione genetica più nota come nanismo. Questo non ha mai significato un ostacolo alla mia vita, finché non sono entrato nel mirino del cosiddetto programma “Aktion T4”, con il quale la Germania nazista cercava di eliminare le “vite non degne di essere vissute”, ovvero tutte le persone con disabilità fisiche e psichiche, e in generale gli infermi o persone con disturbi congeniti dello sviluppo.
Fui arrestato il 3 agosto 1940 dalla Gestapo, insieme a mio fratello Roman, nella nostra casa di famiglia a Bochnia, via Czackiego. Restammo rinchiusi nel carcere di Tarnów fino all’8 ottobre 1940, quando ci deportarono al campo di concentramento di Auschwitz. Ero il prigioniero politico polacco numero 5696.
Sono sopravvissuto quattro anni ad Auschwitz, fino al 30 ottobre 1944; poi fui trasferito nel campo di Oranienburg Heinkel-Werke, un sottocampo di Sachsenhausen, dove riuscii a vedere la Liberazione.
Durante tutta la mia permanenza nel campo di Auschwitz, ho prestato servizio come portiere al cancello principale del campo di Auschwitz I, il famoso cancello con la scritta “Arbeit macht frei”.
Questo incarico mi ha permesso di sopravvivere così a lungo in un luogo in cui le persone con evidenti disabilità o anomalie fisiche neanche riuscivano a superare la selezione.
La mia funzione consisteva nell’aprire e chiudere il cancello e obbedire rigorosamente a tutti gli ordini che ricevevo dal Lagerführer (comandante del campo) e da ogni altro uomo delle SS.
Il vice comandante del campo Franz Fritzsch mi ha assegnato questo incarico. Forse mi aveva preso in simpatia… Sarà stato per il mio carattere teatrale, o per la mia particolare statura, Fritzsch mi aveva addirittura assegnato un soprannome: “Bumbo”. Non ho mai capito cosa significasse, probabilmente qualcosa di ridicolo o offensivo; in ogni caso tutti dovevano chiamarmi così, avevo addirittura un berretto con la scritta “Bumbo”.
Inoltre, avevo dovuto cucire delle strisce rosse sui miei pantaloni e dovevo indossare una fascia sul braccio sinistro con la scritta “Pförtner” (portiere).
Lavoravo in piedi dalle cinque del mattino fino alle sette della sera, e poi tornavo al blocco per la notte.
In qualità di guardiano, ho avuto l’opportunità di osservare l’attività di diversi uomini delle SS nel campo, dove ero libero di muovermi mentre eseguivo i vari ordini. Essendo sopravvissuto, sono riuscito a riportare alcune importanti testimonianze sugli ufficiali del campo alla Commissione d’inchiesta per i crimini tedeschi in Polonia, riunitasi a Cracovia il 9 settembre 1947.
Ho visto, ad esempio, il comandante Hans Aumeier, in compagnia di Maximilian Grabner, Gerhard Palitzsch, Erich Lachmann, Ludwig Kirschner e Wilhelm Boger, entrare nel blocco 11 (il cosiddetto “blocco della morte”, la prigione bunker del campo) quando avvenivano le esecuzioni, e lasciare il blocco una volta terminate.
Dopo che l’intero seguito delle SS si allontanava dal Blocco 11, i prigionieri portavano via i cadaveri con un rollwagen (carrello); li trasportavano per il campo, lasciando ovunque una scia di sangue, per poi raggiungere il crematorio. Il cancello principale era un bagno di sangue: lì, il rollwagen doveva fermarsi, affinché venisse controllato il numero dei prigionieri a bordo.
Sotto il controllo di Aumeier, le esecuzioni nel blocco 11 avvenivano molto spesso. Egli stesso portava sempre con sé una pistola, con la quale minacciava i prigionieri.
Anch’io l’ho presa in faccia qualche volta da Aumeier, senza una ragione apparente.
Infine, ricordo bene che Aumeier aveva l’abitudine di chiamare noi prigionieri “cane” o “Arschloch” (stronzo).
La mia situazione di piccolo privilegio mi ha talvolta permesso di aiutare dei compagni di prigionia. Durante le perquisizioni, cercavo di distrarre le SS gridando, muovendomi in modo buffo e teatrale, e spesso chiedevo loro di lasciar fare a me il controllo. Così, riuscivo a salvare chiunque avesse con sé qualcosa di proibito, da una patata o una carota in più in tasca, a un oggetto di contrabbando.
Un giorno sono stato affiancato da un aiuto-portiere: un vigoroso uomo ebreo greco, alto due metri. Probabilmente alle SS divertiva questo nostro binomio tanto contrastante. Insieme eravamo un gioco, uno scherzo, che però, in fondo, mi ha salvato la vita.

Mi chiamo Czesław Jaszczyński, sono nato il 12 luglio 1913 a Bochnia, in Polonia.
Ho una peculiarità: soffro di acondroplasia, una condizione genetica più nota come nanismo. Questo non ha mai significato un ostacolo alla mia vita, finché non sono entrato nel mirino del cosiddetto programma “Aktion T4”, con il quale la Germania nazista cercava di eliminare le “vite non degne di essere vissute”, ovvero tutte le persone con disabilità fisiche e psichiche, e in generale gli infermi o persone con disturbi congeniti dello sviluppo.
Fui arrestato il 3 agosto 1940 dalla Gestapo, insieme a mio fratello Roman, nella nostra casa di famiglia a Bochnia, via Czackiego. Restammo rinchiusi nel carcere di Tarnów fino all’8 ottobre 1940, quando ci deportarono al campo di concentramento di Auschwitz. Ero il prigioniero politico polacco numero 5696.
Sono sopravvissuto quattro anni ad Auschwitz, fino al 30 ottobre 1944; poi fui trasferito nel campo di Oranienburg Heinkel-Werke, un sottocampo di Sachsenhausen, dove riuscii a vedere la Liberazione.
Durante tutta la mia permanenza nel campo di Auschwitz, ho prestato servizio come portiere al cancello principale del campo di Auschwitz I, il famoso cancello con la scritta “Arbeit macht frei”.
Questo incarico mi ha permesso di sopravvivere così a lungo in un luogo in cui le persone con evidenti disabilità o anomalie fisiche neanche riuscivano a superare la selezione.
La mia funzione consisteva nell’aprire e chiudere il cancello e obbedire rigorosamente a tutti gli ordini che ricevevo dal Lagerführer (comandante del campo) e da ogni altro uomo delle SS.
Il vice comandante del campo Franz Fritzsch mi ha assegnato questo incarico. Forse mi aveva preso in simpatia… Sarà stato per il mio carattere teatrale, o per la mia particolare statura, Fritzsch mi aveva addirittura assegnato un soprannome: “Bumbo”. Non ho mai capito cosa significasse, probabilmente qualcosa di ridicolo o offensivo; in ogni caso tutti dovevano chiamarmi così, avevo addirittura un berretto con la scritta “Bumbo”.
Inoltre, avevo dovuto cucire delle strisce rosse sui miei pantaloni e dovevo indossare una fascia sul braccio sinistro con la scritta “Pförtner” (portiere).
Lavoravo in piedi dalle cinque del mattino fino alle sette della sera, e poi tornavo al blocco per la notte.
In qualità di guardiano, ho avuto l’opportunità di osservare l’attività di diversi uomini delle SS nel campo, dove ero libero di muovermi mentre eseguivo i vari ordini. Essendo sopravvissuto, sono riuscito a riportare alcune importanti testimonianze sugli ufficiali del campo alla Commissione d’inchiesta per i crimini tedeschi in Polonia, riunitasi a Cracovia il 9 settembre 1947.
Ho visto, ad esempio, il comandante Hans Aumeier, in compagnia di Maximilian Grabner, Gerhard Palitzsch, Erich Lachmann, Ludwig Kirschner e Wilhelm Boger, entrare nel blocco 11 (il cosiddetto “blocco della morte”, la prigione bunker del campo) quando avvenivano le esecuzioni, e lasciare il blocco una volta terminate.
Dopo che l’intero seguito delle SS si allontanava dal Blocco 11, i prigionieri portavano via i cadaveri con un rollwagen (carrello); li trasportavano per il campo, lasciando ovunque una scia di sangue, per poi raggiungere il crematorio. Il cancello principale era un bagno di sangue: lì, il rollwagen doveva fermarsi, affinché venisse controllato il numero dei prigionieri a bordo.
Sotto il controllo di Aumeier, le esecuzioni nel blocco 11 avvenivano molto spesso. Egli stesso portava sempre con sé una pistola, con la quale minacciava i prigionieri.
Anch’io l’ho presa in faccia qualche volta da Aumeier, senza una ragione apparente.
Infine, ricordo bene che Aumeier aveva l’abitudine di chiamare noi prigionieri “cane” o “Arschloch” (stronzo).
La mia situazione di piccolo privilegio mi ha talvolta permesso di aiutare dei compagni di prigionia. Durante le perquisizioni, cercavo di distrarre le SS gridando, muovendomi in modo buffo e teatrale, e spesso chiedevo loro di lasciar fare a me il controllo. Così, riuscivo a salvare chiunque avesse con sé qualcosa di proibito, da una patata o una carota in più in tasca, a un oggetto di contrabbando.
Un giorno sono stato affiancato da un aiuto-portiere: un vigoroso uomo ebreo greco, alto due metri. Probabilmente alle SS divertiva questo nostro binomio tanto contrastante. Insieme eravamo un gioco, uno scherzo, che però, in fondo, mi ha salvato la vita.