Mira e Józef Odi
1920
1930
Mi chiamo Mira, sono nata nel 1920 in Francia e sono figlia di immigrati polacchi.
A diciannove anni, nel 1939, andai in vacanza in Polonia dai miei zii, a Varsavia. Lo scoppio della guerra non mi permise di tornare in Francia, e venni arrestata nel 1941 per attività di cospirazione. Fui imprigionata per diciotto mesi nella prigione di Pawiak, dove venni picchiata e torturata durante gli interrogatori. Fui poi imprigionata in vari campi di concentramento e sterminio: Majdanek, Ravensbrück e Buchenwald. Nella primavera del 1945, durante la marcia della morte, riuscii a fuggire insieme alla mia amica del campo Aleksandra. Come? Indietreggiavamo piano piano nella lunga fila di prigionieri moribondi, quando approfittammo di un momento di distrazione delle SS per darci alla fuga. Ci nascondemmo nel bosco per qualche giorno, senza cibo a disposizione. Cercammo poi rifugio presso una famiglia, che rifiutò di ospitarci, perché la veste a righe aveva immediatamente tradito la nostra provenienza. Un rifiuto comprensibile: i due non volevano mettere a repentaglio la vita dei loro figli, e ciò sarebbe accaduto inevitabilmente, se le SS avessero scoperto il nostro nascondiglio. La coppia però ci portò a casa di una famiglia di amici, che ci tenne nascoste per un mese. La prima cosa che fecero i nostri ospitanti fu bruciare le vesti di prigionia del campo (e questo è uno dei motivi per cui oggi ne esistono pochissimi pezzi originali).
Trascorso circa un mese, io e Aleksandra decidemmo di tornare a casa della sua famiglia, in Alta Slesia, dove incontrai quello che di lì a poco sarebbe diventato mio marito, Józef.
Mi chiamo Józef, sono nato il 15 agosto 1923 a Brzeziny Śląskie, in Polonia.
Sono figlio di padre tedesco e madre polacca. Fui arrestato perché mi rifiutavo di combattere per la Germania nazista, e fui anche io deportato in diversi campi di concentramento e sterminio. Mio padre, da buon tedesco fedele al Regime, non perdonò mai questa mia decisione, neanche dopo il mio ritorno dai campi. Arrivai a Auschwitz-Birkenau il 26 agosto 1942, e riuscii a sopravvivere alla sua liberazione. Quando rientrai a casa dei miei genitori, venni cacciato da mio padre. Non avevo più un posto in cui stare, ma per fortuna mia madre decise di chiedere di nascosto ai vicini se potessero ospitarmi per un po’ di tempo. Loro, i vicini dei miei, nonché genitori di Aleksandra, accettarono.
Così, incontrai Mira. Ci fidanzammo subito e dopo poco decidemmo di trasferirci in Francia.
Lì ritrovammo per caso un amico di Auschwitz. Ci chiese di tornare a Oświęcim (la città di Auschwitz prima della traduzione tedesca) a lavorare nell’ex campo, perché nel frattempo gli ex deportati avevano insistito per trasformare quel luogo in un Museo-Memoriale per i pellegrinaggi. Tornammo non senza remore, ma non ci siamo mai pentiti della nostra scelta.
Era il 1946. Iniziai a lavorare come guardiano del campo e questo feci per il resto della mia vita.

Nel 1947, in una bottiglia nascosta nelle fondamenta di una baracca del tratto BIIf del campo di Birkenau, non lontano dal luogo in cui erano collocate le camere a gas e i crematori IV e V, trovai un block notes rettangolare, che conteneva una raccolta di ventidue disegni raffiguranti lo sterminio dei prigionieri deportati a Auschwitz. Questi furono realizzati principalmente a matita e in parte vennero colorati con pastelli e inchiostro. Viene da domandarsi come i prigionieri potessero avere accesso al materiale artistico in un luogo del genere. All’interno del campo di Auschwitz, vi era un vero e proprio Lager Museum, in cui gli artisti lavoravano a servizio di ufficiali e comandanti, checommissionavano loro opere d’arte in via semi-ufficiale. I disegni dello Sketchbook, però, fanno parte di quella forma d’arte del campo che possiamo definire nascosta, “proibita”. Era infatti severamente vietato raffigurare scene di vita dei prigionieri. È possibile raggruppare tematicamente le scene presentate nello Sketchbook come segue: vita del prigioniero (distribuzione di cibo, appello, lavoro, punizioni, ospedale), Blockälteste e SS, i cosiddetti blocchi della morte e lo sterminio di massa. Circa l’autore della raccolta ancora non si è fatto luce. Sulla base dei disegni, è possibile affermare con grande probabilità che possa essere rimasto relativamente a lungo all’interno del campo e che abbia fatto parte di alcuni Kommando di lavoro.

Io, Mira, iniziai invece a lavorare come guida, la prima guida in francese. Mi occupavo anche dei gruppi di italiani, considerato che non c’erano ancora guide italiane (addirittura per tutti gli anni Sessanta ce ne fu solo una). Fui infatti anche la guida di Aldo Moro durante la sua visita.
Io e Józef ci sposammo nel luglio del 1946 e andammo a vivere inizialmente nella torre di controllo di Birkenau, dove nacque la nostra prima figlia, Krystyna: la prima bambina nata nel terreno del campo dopo la liberazione. Dopo qualche tempo, ci spostammo nell’appartamento in cui abbiamo poi vissuto tutto il resto della nostra vita, al primo piano dell’edificio degli ex uffici amministrativi delle SS. In questo luogo, è nata, cresciuta e tutt’ora vive Anna Odi, la nostra terza figlia (dopo Krystyna e Ilona). Io e Józef abbiamo sempre cercato di non trasferire i nostri traumi sulle ragazze e di far vivere loro un’infanzia serena e “normale”, affinché non sentissero di essere cresciute in un luogo diverso da quello dei coetanei. Ma una cosa era certa: in casa doveva esserci sempre qualcosa da mangiare, e quel cibo non doveva essere sprecato.
Anna da sempre porta avanti la nostra testimonianza, in quanto figlia di due ex deportati politici, ma anche come custode della Memoria: grazie al suo lavoro in Archivio e in Dipartimento Collezioni del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, continua ogni giorno a conservare la Memoria delle vittime del campo, ricostruendo le storie di tutti coloro che non hanno potuto raccontarsi.
Anna viene definita “l’ultima prigioniera di Auschwitz”. In realtà non hai mai pensato a se stessa in questo modo, ma dice: “immagino di essere solo un ostaggio della storia di persone che hanno vissuto questo inferno. Sto continuando quello che hanno iniziato i miei genitori. Rendo testimonianza, cerco storie, le unisco in un tutto”.

Mi chiamo Mira, sono nata nel 1920 in Francia e sono figlia di immigrati polacchi.
A diciannove anni, nel 1939, andai in vacanza in Polonia dai miei zii, a Varsavia. Lo scoppio della guerra non mi permise di tornare in Francia, e venni arrestata nel 1941 per attività di cospirazione. Fui imprigionata per diciotto mesi nella prigione di Pawiak, dove venni picchiata e torturata durante gli interrogatori. Fui poi imprigionata in vari campi di concentramento e sterminio: Majdanek, Ravensbrück e Buchenwald. Nella primavera del 1945, durante la marcia della morte, riuscii a fuggire insieme alla mia amica del campo Aleksandra. Come? Indietreggiavamo piano piano nella lunga fila di prigionieri moribondi, quando approfittammo di un momento di distrazione delle SS per darci alla fuga. Ci nascondemmo nel bosco per qualche giorno, senza cibo a disposizione. Cercammo poi rifugio presso una famiglia, che rifiutò di ospitarci, perché la veste a righe aveva immediatamente tradito la nostra provenienza. Un rifiuto comprensibile: i due non volevano mettere a repentaglio la vita dei loro figli, e ciò sarebbe accaduto inevitabilmente, se le SS avessero scoperto il nostro nascondiglio. La coppia però ci portò a casa di una famiglia di amici, che ci tenne nascoste per un mese. La prima cosa che fecero i nostri ospitanti fu bruciare le vesti di prigionia del campo (e questo è uno dei motivi per cui oggi ne esistono pochissimi pezzi originali).
Trascorso circa un mese, io e Aleksandra decidemmo di tornare a casa della sua famiglia, in Alta Slesia, dove incontrai quello che di lì a poco sarebbe diventato mio marito, Józef.

Mi chiamo Józef, sono nato il 15 agosto 1923 a Brzeziny Śląskie, in Polonia.
Sono figlio di padre tedesco e madre polacca. Fui arrestato perché mi rifiutavo di combattere per la Germania nazista, e fui anche io deportato in diversi campi di concentramento e sterminio. Mio padre, da buon tedesco fedele al Regime, non perdonò mai questa mia decisione, neanche dopo il mio ritorno dai campi. Arrivai a Auschwitz-Birkenau il 26 agosto 1942, e riuscii a sopravvivere alla sua liberazione. Quando rientrai a casa dei miei genitori, venni cacciato da mio padre. Non avevo più un posto in cui stare, ma per fortuna mia madre decise di chiedere di nascosto ai vicini se potessero ospitarmi per un po’ di tempo. Loro, i vicini dei miei, nonché genitori di Aleksandra, accettarono.

Così, incontrai Mira. Ci fidanzammo subito e dopo poco decidemmo di trasferirci in Francia.
Lì ritrovammo per caso un amico di Auschwitz. Ci chiese di tornare a Oświęcim (la città di Auschwitz prima della traduzione tedesca) a lavorare nell’ex campo, perché nel frattempo gli ex deportati avevano insistito per trasformare quel luogo in un Museo-Memoriale per i pellegrinaggi. Tornammo non senza remore, ma non ci siamo mai pentiti della nostra scelta.
Era il 1946. Iniziai a lavorare come guardiano del campo e questo feci per il resto della mia vita.

Nel 1947, in una bottiglia nascosta nelle fondamenta di una baracca del tratto BIIf del campo di Birkenau, non lontano dal luogo in cui erano collocate le camere a gas e i crematori IV e V, trovai un block notes rettangolare, che conteneva una raccolta di ventidue disegni raffiguranti lo sterminio dei prigionieri deportati a Auschwitz. Questi furono realizzati principalmente a matita e in parte vennero colorati con pastelli e inchiostro. Viene da domandarsi come i prigionieri potessero avere accesso al materiale artistico in un luogo del genere. All’interno del campo di Auschwitz, vi era un vero e proprio Lager Museum, in cui gli artisti lavoravano a servizio di ufficiali e comandanti, che commissionavano loro opere d’arte in via semi-ufficiale. I disegni dello Sketchbook, però, fanno parte di quella forma d’arte del campo che possiamo definire nascosta, “proibita”. Era infatti severamente vietato raffigurare scene di vita dei prigionieri. È possibile raggruppare tematicamente le scene presentate nello Sketchbook come segue: vita del prigioniero (distribuzione di cibo, appello, lavoro, punizioni, ospedale), Blockälteste e SS, i cosiddetti blocchi della morte e lo sterminio di massa. Circa l’autore della raccolta ancora non si è fatto luce. Sulla base dei disegni, è possibile affermare con grande probabilità che possa essere rimasto relativamente a lungo all’interno del campo e che abbia fatto parte di alcuni Kommando di lavoro.

Io, Mira, iniziai invece a lavorare come guida, la prima guida in francese. Mi occupavo anche dei gruppi di italiani, considerato che non c’erano ancora guide italiane (addirittura per tutti gli anni Sessanta ce ne fu solo una). Fui infatti anche la guida di Aldo Moro durante la sua visita.
Io e Józef ci sposammo nel luglio del 1946 e andammo a vivere inizialmente nella torre di controllo di Birkenau, dove nacque la nostra prima figlia, Krystyna: la prima bambina nata nel terreno del campo dopo la liberazione. Dopo qualche tempo, ci spostammo nell’appartamento in cui abbiamo poi vissuto tutto il resto della nostra vita, al primo piano dell’edificio degli ex uffici amministrativi delle SS. In questo luogo, è nata, cresciuta e tutt’ora vive Anna Odi, la nostra terza figlia (dopo Krystyna e Ilona). Io e Józef abbiamo sempre cercato di non trasferire i nostri traumi sulle ragazze e di far vivere loro un’infanzia serena e “normale”, affinché non sentissero di essere cresciute in un luogo diverso da quello dei coetanei. Ma una cosa era certa: in casa doveva esserci sempre qualcosa da mangiare, e quel cibo non doveva essere sprecato.

Anna da sempre porta avanti la nostra testimonianza, in quanto figlia di due ex deportati politici, ma anche come custode della Memoria: grazie al suo lavoro in Archivio e in Dipartimento Collezioni del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, continua ogni giorno a conservare la Memoria delle vittime del campo, ricostruendo le storie di tutti coloro che non hanno potuto raccontarsi.
Anna viene definita “l’ultima prigioniera di Auschwitz”. In realtà non hai mai pensato a se stessa in questo modo, ma dice: “immagino di essere solo un ostaggio della storia di persone che hanno vissuto questo inferno. Sto continuando quello che hanno iniziato i miei genitori. Rendo testimonianza, cerco storie, le unisco in un tutto”.